La nuova cortina di ferro dell’Europa

Le elezioni tedesche hanno mostrato la frattura netta tra Est e Ovest. Ma questa volta la divisione non è tra capitalismo e comunismo, bensì tra sostenitori e oppositori della modernità. Ed emerge una nuova geografia del malcontento

Andrea Ferrazzi*
Il leader della Cdu (Unione cristiano-democratica) Friedrich Merz, Cancelliere in pectore della Germania
Il leader della Cdu (Unione cristiano-democratica) Friedrich Merz, Cancelliere in pectore della Germania

Domenica 23 febbraio 2025 potrebbe essere ricordata come una data simbolica per la politica internazionale. Le elezioni tedesche hanno mostrato la frattura netta tra Est e Ovest: nelle regioni orientali la vittoria schiacciante dell’estrema destra segna un divario profondo, come se una nuova Cortina di Ferro fosse calata sul cuore dell’Europa.

Ma questa volta la divisione non è tra capitalismo e comunismo, bensì tra sostenitori e oppositori della modernità. Non è più solo una questione ideologica, né semplice dibattito tra progressisti e conservatori. C’è una nuova linea di faglia che attraversa le democrazie occidentali, dividendo chi abbraccia globalizzazione, innovazione tecnologica e diversità da chi si sente minacciato da un mondo in trasformazione.

In questo schema, metropoli e centri di innovazione emergono come bastioni della modernità, mentre le regioni periferiche e meno integrate nell’economia globale si chiudono in di difesa, spesso con il voto a forze politiche radicali.

I risultati elettorali tedeschi mostrano questa frattura. L’Est, ancora segnato dalle difficoltà della riunificazione, ha votato in massa per partiti anti-establishment, mentre l’Ovest ha confermato il sostegno a partiti tradizionali e progressisti.

Ma l’AfD è in espansione anche nel Sud e nell’Ovest industriale. Il populismo cresce non solo per il declino economico, ma per un senso diffuso di abbandono e perdita di status. Anche nelle regioni un tempo prospere il divario tra passato glorioso e un presente di trasformazioni alimenta il malcontento. L’AfD sfrutta la percezione di una classe politica distante e un senso d’esclusione dal futuro. La nuova polarizzazione evidenzia così un malessere profondo. Non si tratta solo di economia, bensì di percezione del futuro: chi sente di far parte di un sistema vincente sostiene il cambiamento, chi si percepisce come lasciato indietro lo respinge.

Se fino a pochi decenni fa la divisione economica era tra Paesi ricchi e poveri, oggi la frattura si manifesta all’interno degli Stati. Le città globali sono hub di innovazione, attraggono talenti e investimenti, e sono motori dell’economia del futuro. Al contrario, le regioni periferiche e post-industriali vivono crisi di identità e di prospettive. La loro risposta politica è il rigetto delle élite urbane e delle loro politiche, viste come strumenti che favoriscono solo parte della società.

Questa tendenza non è solo tedesca. Negli Usa la spaccatura tra coste progressiste e Stati interni conservatori è evidente. In Francia periferie e città medie votano in modo opposto a Parigi e Lione. In Italia la vera frattura non è più solo tra Nord produttivo e Sud in difficoltà, ma tra Milano emblema di modernità e di tensione positiva verso il futuro e le aree interne e montane del Paese.

Questa nuova geografia del malcontento rappresenta una sfida per la tenuta democratica delle nostre società. Se la politica non sarà in grado di ricucire il divario tra territori che avanzano e territori che arrancano, il rischio è di un’ulteriore polarizzazione, con conseguenze imprevedibili. Anche per questo la vera politica industriale che oggi serve al Paese riguarda la riduzione delle disuguaglianze territoriali.

La Germania ci offre una foto brutale di questa spaccatura, ma il problema riguarda tutto l’Occidente. Con gli Usa che sembrano aver rinunciato a essere un modello di vita, libertà e progresso. L’abbraccio tra Trump e Putin segna anche la fine del sogno americano? L’Europa saprà trovare il suo spazio? 

 

*Direttore generale presso Confindustria Belluno Dolomiti

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