Effetto dazi a Vinitaly, aumenta la preoccupazione dei viticoltori a Nord Est
Rassegna al via a Verona fra ansie e sfide per il futuro del settore. Di tariffe doganali, di aumenti del prezzo delle bottiglie, di ricadute per l’export, se ne parlerà in ogni stand, in ogni dibattito e convegno

Riflettori accesi su Vinitaly, da domenica a mercoledì alla fiera di Verona con 4 mila espositori e buyer da 140 Paesi del mondo.
Riflettori accesi come non mai per questa edizione numero 57, dopo che il pugno sul tavolo di Donald Trump, ovvero l’introduzione dei dazi, promette di scombussolare la geografia dei commerci mondiali, compreso quello del vino italiano oltreoceano, il mercato forse più grande e di maggior valore per le cantine del made in Italy.
Di tariffe doganali, di aumenti del prezzo delle bottiglie, di ricadute per l’export, se ne parlerà in ogni stand, in ogni dibattito e convegno, non potrebbe essere altrimenti. E i 3 mila distributori e venditori americani accreditati a Vinitaly saranno sicuramente i più coccolati tra i 18 padiglioni di Veronafiere tutti esauriti.
Ieri sera all’anteprima della rassegna, ovvero a Opera Wine, il presidente dell’Ice (Istituto commercio estero) Matteo Zoppas, ha lanciato il primo sasso nello stagno.
«Il vino italiano è simbolo di qualità, identità territoriale e cultura. Dalla mezzanotte ogni prodotto italiano che varca l’Atlantico, salvo alcune eccezioni, sarà soggetto a una nuova tassa. I dazi appena entrati in vigore negli Stati Uniti rappresentano una sfida concreta per il nostro sistema produttivo, in particolare per il vino e l’intero comparto agroalimentare».
L’Ice ha predisposto una nota tecnica informativa di indirizzo in materia, dove si specificano temi come le aliquote in vigore, la cumulabilità con dazi pre esistenti, le categorie merceologiche escluse, quelle soggette ad altri tipi di tassazione e gli spunti di azione che si possono intraprendere.
I viticoltori del Nord Est sono comunque preoccupati. Troppo importanti sono le quote di Prosecco e Pinot grigio che si vendono tra New York e la California, tra il Texas e il Michigan.
Vignaioli, cooperative, consorzi, distributori, enologi si augurano che quanto prima si diradi la nebbia dell’incertezza. Giancarlo Aneri, tra i big dell’Amarone e del Prosecco, anche se lui si definisce «un viticoltore di nicchia», predica cautela e sangue freddo. «L’America un po’ la conosco - osserva Aneri - . Come enogastronomia siamo i numeri uno al mondo, senza rivali. La classe media americana ha imparato negli ultimi anni ad abbinare un buon vino italiano a un piatto, non penso che rinuncerà a questo stile di vita per i dazi. L’Italia è una fortezza, insostituibile, il successo ce l’ha perchè ha il vino buono. Adesso c’è in giro la psicosi, tutti hanno paura, ma le cose bisogna digerirle. Scommetterei che tra sei mesi arriveremo a tariffe che saranno la metà di oggi, al 10% al massimo. Io punterei su una seria trattativa tra le parti per avere un’agevolazione. Ho fiducia nella premier Meloni e so che Trump ha grande stima per la Meloni. Se si parlano, una via di uscita la troveranno. Perché se non dialoghiamo, il mondo si dividerà in tante piccole fortezze».
Riccardo Polegato, giovane imprenditore trevigiano con azienda sui Colli orientali del Friuli, ammette che il momento è delicato. «Il mondo del vino sta già attraversando un periodo difficile - dice - , il mercato americano è vitale per tutti e questa mazzata dei dazi non ci voleva. Il comparto deve trovare unità e coesione, con gli Stati Uniti serviranno mediazioni molto lunghe. Nel contempo dobbiamo impegnarci a trovare mercati paralleli, magari piccoli, come qualche Paese dell’Est Europa in crescita, penso alla Polonia, che possano compensare in qualche modo le perdite. E poi dovremmo credere di più al mercato italiano, soprattutto per prodotti che hanno il giusto rapporto qualità-prezzo. Il destino del Prosecco negli Usa? Flessioni temo che ci saranno». Rodolfo Rizzi, direttore della cantina di Ramuscello, che ha decine di soci friulani e veneti, confida nelle trattative. «Che ci possa essere un contraccolpo negativo, è vero - conferma - . Siamo in un momento di incertezza, di speculazioni, di ribassi di prezzo ingiustificati. Ho appena sentito un nostro forte importatore in Florida, ha continuato a comprare vino dall’Italia. Il Vinitaly sarà un momento per fare chiarezza, di confronto tra cantine e operatori. Mercati alternativi agli Usa? Asia, India e sud Est asiatico, Vietnam, Thailandia, dove c’è già una classe media che è in grado di spendere».
Luca Raccaro è stato appena nominato presidente del Consorzio Collio e subito si trova a gestire una patata bollente. «Il timore più grande è quello che gli affari diminuiscano - afferma - . Il momento non è dei più distesi, c’è parecchia tensione. Spero e mi auguro, anche se Trump è una scheggia impazzita, che decida di rivalutare la questione e di eliminare i dazi, o quantomeno di ridurli di un bel po’. Oggi una bottiglia di buon bianco del Collio se esce a un costo di 10 euro, arriva su uno scaffale negli Usa almeno a 25, 30 dollari. Con i dazi si potrebbe avere una maggiorazione del 20%, quindi si arriverebbe a 35, 40 dollari».
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