Illycaffè chiude il 2024 con 630 milioni di ricavi. Scocchia: «Cresciamo su tutti i mercati»
Per il terzo anno l’azienda ha registrato un aumento a doppia cifra della redditività. Premio straordinario da un milione di euro per mille dipendenti

Redditività che cresce a doppia cifra, utile netto in aumento per il terzo anno di fila e un bonus ai dipendenti da 1 milione di euro. Nel pieno della più volte evocata “tempesta perfetta” del caffè – con il prezzo del chicco che ha toccato i massimi da 70 anni, arrivando ai 430 centesimi per libbra – Illycaffè ha chiuso il 2024 con 630 milioni di euro di ricavi.
Merito, secondo l’amministratrice delegata Cristina Scocchia, della strategia di espansione internazionale messa in atto dall’azienda e del lavoro di squadra di un gruppo che ha dato il meglio di sé per uscire dalla tempesta. «Ieri (giovedì per chi legge, ndr) ho cominciato bene una giornata intensa annunciando il bonus: è stato molto bello poter dare la buona notizia a tutti i collaboratori prima del consiglio di amministrazione», racconta Scocchia.
Nonostante il difficile contesto economico e geopolitico, tra prezzi record della materia prima, difficoltà logistiche e speculazione finanziaria, avete chiuso un altro anno in crescita. Com’è andato il 2024?
«L’anno è andato molto bene. Siamo estremamente soddisfatti di questi risultati perché non è un periodo facile. Nel 2024 il caffè verde aveva già raggiunto i 250 centesimi per libbra, raddoppiando il costo rispetto alla media storica. Nonostante i rincari, abbiamo chiuso un anno in cui siamo cresciuti del 6% a livello di fatturato, più del mercato.
Significa che abbiamo conquistato quota di mercato perché siamo cresciuti su tutti i principali mercati e canali e ciò dimostra la bontà delle strategie messe in atto. Abbiamo portato a casa una crescita dell’Ebitda del 19% per il terzo anno consecutivo. Non è un effetto rimbalzo, ma una crescita vera: sono tre anni che cresciamo di circa il 20% ogni anno».
Qual è stata la strategia?
«La nostra è una crescita basata sull’espansione internazionale. Quando il contesto è così complesso come quello che stiamo vivendo oggi, è importante deriscare il profilo aziendale e saper coprire tutto lo scacchiere mondiale senza concentrare tutti gli sforzi su un solo mercato. Abbiamo puntato sulla crescita negli Stati Uniti e nei Paesi europei, sia sulla distribuzione nel canale Ho.Re.Ca sia sulla penetrazione nella grande distribuzione organizzata e abbiamo conquistato clienti premium in entrambi i canali».
Avete annunciato un bonus straordinario da 1 milione di euro per oltre mille dipendenti. Chi ne beneficerà?
«Ho sempre pensato che il successo sia un successo di squadra, perché è l’unico modo per uscire dalla tempesta. La nostra è una squadra che dà il meglio di sé con tanto impegno, passione e disciplina. Circa 300 dirigenti ricevono già l’Mbo (management by objectives, ndr) per la performance superiore alle aspettative. Ci sembrava giusto dare un riconoscimento anche a quadri, impiegati e operai».
Gli Stati Uniti restano una priorità strategica per Illycaffè?
«Negli ultimi tre anni abbiamo dichiarato diverse volte che gli Stati Uniti sono una priorità strategica: vogliamo che diventino il secondo mercato domestico dopo l’Italia. Non vuol dire che non continuiamo a investire in Spagna, Francia, Inghilterra, così come abbiamo iniziato ad aprire il fronte cinese. La Cina è ancora un mercato più potenziale che vero e proprio: la penetrazione è molto bassa, ma è giusto investire ed essere presenti con la filiale a Shangai. Stiamo cercando di costruire partnership forti con operatori locali, ma è un mercato ancora tanto focalizzato sul tè. Siamo un’azienda globale e continuiamo a investire in diverse aree geografiche, mettendo l’azienda al riparo».
Globale, ma ben radicata a Trieste.
«Abbiamo dichiarato che avremmo investito 120 milioni a Trieste per il raddoppio della capacità produttiva, lo abbiamo confermato quando il caffè ha raggiunto i 250 centesimi per libbra e lo confermiamo anche adesso che siamo arrivati a toccare il massimo storico dei 439 centesimi. Ho sempre creduto al motto “in salita si accelera”: l’unico modo per scollinare è accelerare, se freni la salita diventa solo più ripida. Negli ultimi 15 mesi abbiamo assunto 80 persone in produzione. Credo sia un segnale positivo per il territorio, nonostante il contesto macroeconomico e geopolitico non sia tra i più brillanti».
L’idea di avviare una produzione in Usa per sottrarsi ai dazi minacciati dall’amministrazione Trump si concretizzerà?
«Al momento importiamo da nove Paesi equatoriali tutto il caffè a Trieste e solo qui lo tostiamo e produciamo i nostri prodotti iconici. Non cambierà nulla per il sito di Trieste, ma per il mercato statunitense stiamo valutando costi e tempi di tostare e produrre lì per quel mercato, così da cercare di evitare i dazi».
Le condizioni globali restano complesse. Ritoccherete i prezzi?
«C’è un limite a quanto un’impresa può comprimere i propri margini, perché oltre un certo livello ciò inizia a togliere competitività all’azienda ed è quello che non vogliamo. Ci sarà una revisione dei prezzi, ma sarà molto contenuta. Essendo una B-corp vogliamo trattenere sulle nostre spalle la maggior parte possibile di questo incremento dei costi del caffè verde. Ricordiamoci che giochiamo in un campo completamente diverso rispetto al passato, con il caffè che costa mediamente quattro volte quanto costava tre anni fa. La tempesta infuria ancora e noi siamo nel mezzo»
Il 2025 potrebbe essere l’anno di preparazione alla quotazione in Borsa?
«È decisamente prematuro parlarne ora. Si tratta di un momento unico per la vita di un’azienda: bisogna quotarsi quando lo permettono i risultati aziendali, ma anche il contesto macroeconomico. I risultati li abbiamo, ma le condizioni di contesto restano particolarmente negative con l’instabilità politica, la spinta protezionistica dei dazi, il prezzo quattro volte superiore alla media storica. Meglio aspettare che la finestra macroeconomica consenta un passo così importante».
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