La risposta dell'Europa ai dazi Usa, von der Leyen promette: «Vendetta commerciale»
La guerra dei dazi sta scardinando le relazioni globali. Sinora ha avuto l’effetto di bruciare miliardi in Borsa, fermare il taglio dei tassi globali, deteriorare l’umore delle imprese e ravvivare l’inflazione


L’Europa non starà a guardare. Non ha scelta, a questo punto, ne va della sua economia e della sua dignità. «Proteggeremo i nostri interessi in una disputa che non abbiamo cominciato noi», assicura Ursula von der Leyen, promettendo «di rivalersi con un piano forte» contro i dazi Usa se i governi europei lo riterranno necessario.
Su Internet diventa “la vendetta” della presidente della Commissione, slogan più rumoroso delle intenzioni comunque bellicose, della sua idea di rispondere a Trump e non finire in balia del bombardamento commerciale planetario che la Casa Bianca ha battezzato “Giorno della Liberazione”. Bruxelles - a cui i Trattati affidano il mandato di negoziatore commerciale dei 27 - preferirebbe come tutti un esito negoziale che va comunque perseguito, così la porta resta aperta. Ma viene sempre il momento in cui accettare i soprusi diventa segno di debolezza che ne peggiora gli effetti.
La guerra dei dazi sta scardinando le relazioni globali. Sinora ha avuto l’effetto di bruciare miliardi in Borsa, fermare il taglio dei tassi globali, deteriorare l’umore delle imprese e ravvivare l’inflazione. In breve, neanche una buona notizia: nessun conflitto è un affare, nemmeno quelli commerciali. L’ultima previsione sugli effetti del neo-protezionismo è dell’Aston Business School di Birmingham che stima danni globali sino a 1,4 trilioni di dollari. Scenario terribile che distorce la realtà e inganna tutti. «Un trump l’oeil», commenta sarcastica una fonte europea, che scommette su una risposta di Bruxelles a stretto giro per colpire due gioielli dell’America che vorrebbe essere di nuovo grande: Silicon Valley e Wall Street.
La strategia si annuncia a due volani, si tiene il telefono con una mano in attesa che Washington chiami e si colpisce con l’altra. Sinora l’Ue ha usato un approccio speculare, ha risposto con modalità analoghe a quelle con cui è stata attaccata.
Ora il desiderio è di essere «decisi e creativi». Sul tavolo c’è l’ipotesi di penalizzare i servizi, a partire dalle banche Usa come Bank of America o Jp Morgan che potrebbero subire maggiori tassazioni, ma anche di valutare un’offensiva contro i re del web, stringendo le regole sull’attività di giganti quali Amazon, Google e X. Logica inattaccabile. Perché l’Ue esporta auto e macchinari (colpiti da Trump), ma importa servizi che potrebbe almeno in parte sostituire con alternative continentali. Un’altra ipotesi comporterebbe la limitazione dell’accesso delle imprese Usa al mercato unico europeo e alle gare d'appalto pubbliche.
L’elenco arriverà nelle prossime ore, prima bisogna vedere cosa annuncerà stasera il Tycoon. Ma anche valutare se e come si realizzerà l’idea di Cina, Giappone e Corea per un sistema commerciale comune e allora vedere le chance di dialogo rinverdito Ue-Asia. Un filo diretto con Pechino, partner difficile che però ha necessità di non interrompere i flussi globali, potrebbe costituire un punto di ripartenza.
A fianco dei contro-dazi, aiuterebbe un sistema di alleanze fra danneggiati che trasformasse questo strano giorno della Liberazione in un colpo di frusta per gli americani. La miglior carta europea, oltre a restare uniti e aperti al resto del mondo, è costringere Trump a negoziare. Gli americani l’hanno eletto pensando a pancia e portafoglio, per gli stessi motivi potrebbero mollarlo. Questa dev’essere la partita dell’Europa. Azione e negoziato. Consapevole che ogni incertezza costerà miliardi di euro senza nulla in cambio.
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