ReArm EU: una riforma tra necessità e divisioni interne
Il progetto di difesa comune scatena tensioni tra i governi europei e all’interno dei partiti nazionali

Le due criticità che affannano l’Unione europea, la debolezza di una politica estera univoca e comune, da un lato, e l’inesistenza di una organizzazione di difesa, dall’altro, hanno provocato uno stato di tensione e di incertezza che percorre trasversalmente i partiti e di riflesso il Parlamento e le principali istituzioni europee. Mai come oggi, dunque, appare necessario ma soprattutto urgente un ripensamento ed una specifica assunzione di responsabilità da parte degli Stati e dei loro governi riuniti nel Consiglio europeo.
La causa prima va ascritta alla conflittualità e alla sostanziale debolezza degli assetti politici soprattutto dei paesi fondatori, Francia e Germania in primis; non ne va esente neppure l’Italia dove non si riesce a trovare un punto di incontro tra maggioranza ed opposizione che oggi sarebbe più che mai opportuno per affrontare efficacemente una contingenza che non ha precedenti dalla fondazione della allora CEE. Infatti, sino a poco fa si è creduto che il problema non esistesse. Ora invece che potrebbe venir meno l’ombrello statunitense, mentre la Russia ha dimostrato le proprie pulsioni aggressive, la UE si scopre impreparata e confusa.
È stato giustamente ricordato che il monito di De Gasperi sulla necessità della realizzazione di una forza comune di difesa fu disatteso per l’opposizione di uno dei membri dell’UE. Analogamente, in politica estera le posizioni divergenti di alcuni paesi di più recente adesione hanno compromesso la posizione internazionale unitaria degli stati fondatori rispetto alla Russia, da un lato, e alla fedeltà al Patto Atlantico e in particolare all’alleato statunitense, dall’altro.
Nonostante l’incalzare degli eventi siamo però ancora lontani dalla realizzazione di una organizzazione militare difensiva dell’UE attraverso una adeguata dotazione di armamenti, di sistemi di intelligence, di strutture tecnologiche a tutela di tutti. Ciò premesso, è inutile e prematuro qui dibattere su quale sia il migliore modello, se unitario o al contrario come insieme di sistemi nazionali integrati. Il problema è a monte e a risolverlo non aiuta certo la precipitosità ed anche la superficialità con cui si è avviato un progetto fondamentale per il futuro ma dai contenuti delicatissimi: qualcuno ha giustamente criticato l’inopportunità del titolo stesso, ReArm EU.
Le prime conseguenze sono quindi state le fratture e contrapposizioni subito apertesi: tra i partiti al Parlamento europeo e all’interno dei singoli partiti nazionali. Si è sbagliato il metodo nel mentre appare giusto e soprattutto conforme agli obblighi comuni il ribadire, come un dovere istituzionale, quello della difesa.
Per l’Unione Europea tale vincolo consegue agli impegni stabiliti dal Trattato di Lisbona come previsto nei paragrafi dedicati alla politica della sicurezza e difesa comuni. Per quanto riguarda il nostro Paese, la necessità di incrementare gli investimenti per la difesa proposto dalla Presidente della Commissione UE e condiviso dal nostro governo, rappresenta una scelta conforme ai doveri sanciti dalla Carta costituzionale.
Chi lo contesta in nome di un pacifismo demagogico e di maniera, magari richiamandosi alla Costituzione stessa, ne contraddice i contenuti. L’articolo 11 stabilisce infatti che l’Italia ripudia la guerra “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli” e con questo riconosce la legittimità anche dell’uso delle armi se imposto da esigenze di difesa delle libertà fondamentali.
Altrettanto chiaro è il successivo articolo 52 che ricollegandosi al precedente definisce, con una espressione enfatica ma inequivoca, i contenuti del concetto e della parola difesa: un dovere di cittadinanza posto a tutela dei valori fondativi, quali l’identità nazionale, la cultura e la storia, valori che allora non si ebbe remora a sintetizzare nella parola Patria.
Richiamare questi concetti non vuole dire essere guerrafondai ovvero distogliere risorse, dal momento che la debolezza o addirittura la mancanza del sistema difensivo europeo rappresenta una situazione incontestabile di pericolo a fronte dell’azione destabilizzante messa in atto dalla Russia su Stati confinanti.
All’Assemblea Costituente quei doveri furono affermati e condivisi con ampio consenso dei partiti, dalle forze liberali alla sinistra: erano però i tempi degli statisti!
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