Responsabilità dei medici: serve la legge, non una proroga
Rinnovato lo scudo penale sanitario “provvisorio”. Ma gli operatori hanno bisogno di tutele certe

Negli scorsi giorni la Camera dei deputati ha convertito in legge (numero 15 del 21 febbraio 2025) il decreto-legge 27 dicembre 2024 numero 202 (il cosiddetto decreto “Milleproroghe”) con il quale si è disposto che lo “scudo sanitario”, e cioè la limitazione della responsabilità del personale sanitario alle sole ipotesi di condotta caratterizzata da “colpa grave”, sia prorogato fino al 31 dicembre 2025.
La misura di maggior tutela degli operatori della sanità, introdotta durante il periodo dalla pandemia Covid, era stata già confermata, terminata l’eccezionalità che l’aveva suggerita, all’ordinaria gestione sanitaria a causa della grave carenza di personale sanitario di cui peraltro il legislatore ha meramente preso atto rendendo, secondo una prassi purtroppo ben nota, «permanente il provvisorio».
L’ennesima proroga
Ancora una volta, nell’incapacità di dare una definitiva soluzione al problema della responsabilità penale colposa degli operatori sanitari, si è optato per una ulteriore proroga della causa di non punibilità. L’intervento normativo, nel prendere atto delle obiettive difficoltà in cui opera la sanità, si preoccupa della circostanza della sottoposizione degli operatori a defatiganti procedimenti penali, spesso nati da esposti del tutto privi di fondamento, che si chiudono per oltre il 90 per cento dei casi con un provvedimento di archiviazione oppure di assoluzione, ma che provocano nel sanitario una comprensibile situazione di difficoltà reputazionale e di evidente stress lavorativo.
L’incubo della provvisorietà
È però doveroso chiedersi se una tale inaccettabile situazione possa continuare a essere affrontata con provvedimenti provvisori che sembrano più un messaggio di rassicurazione legislativa se non addirittura uno spot di paternalismo nei confronti del personale sanitario. Nessuno può seriamente contestare la necessità di una rivisitazione della responsabilità medica caratterizzata da specificità che suggeriscono regole che meritano una caratterizzazione attenta e puntuale. Peraltro, superata l’emergenza della pandemia che aveva necessitato l’intervento limitativo della punibilità penale, sarebbe necessario abbandonare ogni discutibile intervento non più giustificabile con l’imprevedibile urgenza per passare a interventi normativi che siano capaci di affrontare in modo complessivo le ben più ampie problematiche che da tempo caratterizzano il lavoro in sanità e, in questo quadro, anche definire i confini della responsabilità penale degli addetti.
Alla ricerca di soluzioni
La norma penale deve costituire l’ultima previsione diretta a sanzionare condotte che non possono trovare, preventivamente, altre soluzioni che meglio consentano l’ordinato svolgersi dell’attività in un campo, quello sanitario, in cui la collaborazione tra operatori e pazienti risulta un necessario presupposto caratterizzante il comune obiettivo della tutela della salute. L’intervento del legislatore deve quindi innanzitutto consentire agli operatori sanitari di lavorare in un ambiente e con tutti gli strumenti, umani e organizzativi, che consentano davvero di tutelare il diritto, anche di rilievo costituzionale, alla salute.
Non può sfuggire, peraltro, come l’intervento legislativo di proroga dimostra di conoscere perfettamente la drammatica situazione in cui versa la sanità, tanto da esplicitare che nella valutazione della “colpa” il giudice deve tenere conto «delle condizioni di lavoro dell’esercizio la professione sanitaria, dell’entità delle risorse umane, materiali e finanziarie concretamente disponibili in relazione al numero dei casi da trattare, del contesto organizzativo in cui i fatti sono commessi, nonché del minor grado di esperienza e conoscenze tecniche possedute dal personale non specializzato». Situazione questa già affrontata in via interpretativa dalla Corte di cassazione, che ha statuito la limitazione della punibilità ai soli casi di imperizia grave, non solo nelle ipotesi in cui la prestazione medica implichi la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, ma anche laddove si versi in situazioni di emergenza turbate dall’impellenza (Sezioni Unite, sentenza numero 8770/2018, Mariotti).
Un palliativo, non una cura
Nulla in più sembra dire quindi la proroga dello “scudo penale” se non rabbonire le istanze del personale sanitario senza intervenire sulle concrete modalità di lavoro con adeguati provvedimenti strutturali che finalmente affrontino la carenza degli addetti, la sicurezza degli ambienti di lavoro prevedendo adeguati finanziamenti che garantiscano la tutela della salute con percorsi diagnostici e curativi svolti in tempi e con modalità consone in termini di risorse umane e tecniche.
La limitazione della punibilità penale deve affrontata nel più ampio quadro del superamento delle ben note carenze di strutture, di addetti e, talvolta, dubbie capacità organizzative di sistema (si pensi alla carenza di operatori facilmente prevedibili a distanza di anni dal concreto verificarsi).
Una delega inappropriata
La mera proroga dello “scudo penale” ribadisce una ampia e inappropriata delega alla magistratura di accertare «l’entità delle risorse umane, materiali e finanziarie concretamente disponibili in relazione ai casi da trattare» e quindi di scrutinare anche scelte organizzative, con conseguenti altalenanti decisioni e pericolose difformità nella tutela sia del personale sanitario sia dei pazienti.
Ancora una volta l’intervento appare del tutto inadeguato e assolutamente parziale rispetto al tema della “medicina difensiva”, dell’abbandono dei reparti più esposti e della stessa violenza ai danni del personale sanitario. Si omette di affrontare le carenze delle strutture sanitarie e di rivedere ruoli e prassi organizzative con i necessari interventi, finanziari e di metodo, che consentano agli operatori sanitari il ruolo che si meritano nella moderna società del benessere che richiede una sanità all’altezza non solo della tutela costituzionale della salute, ma anche delle sempre maggiori richieste di prevenzione.
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