Ricatto Usa sulla discriminazione positiva

La «discriminazione positiva» per attenuare le disuguaglianze nei confronti di minoranze è stata ritenuta una forma di ingiusto favoritismo

Vincenzo Milanesi
Il Presidente Donald Trump
Il Presidente Donald Trump

Le lettere sono già state inviate in Francia e in Spagna, ora si attende che arrivino anche in Italia, alle ditte fornitrici di beni e servizi ad aziende americane per porre una condizione precisa se vogliono continuare a venderli a quelle aziende: dovranno dichiarare di aver rinunciato all’applicazione dei princìpi e delle regole anti-discriminazione interni, in omaggio al “nuovo corso” statunitense.

Le politiche ispirate a quei princìpi sono state vietate con ordine esecutivo del presidente Donald Trump: è stata infatti dichiarata «illegale» la «discriminazione positiva» messa in atto, ormai da decenni, con le politiche Dei, che sta per «Diversità, equità e inclusione», e Deia, che sta per «“Diversità, equità, inclusione e accessibilità».

Le ambasciate Usa sono invitate adesso a estendere la validità di quell’ordine esecutivo anche fuori dagli Usa, se si vuole lavorare con loro. Insomma: aiutare chi sembra partire svantaggiato pare diventato una specie di “reato universale”.

In Francia il ministero del Commercio estero ha già dichiarato «inaccettabili» simili ingerenze. Vedremo cosa succederà in Italia quando le lettere arriveranno. La nostra premier farà finta di niente per non irritare l’amico Trump? Oppure riaffermerà che siamo (ancora, per ora...) una «Nazione sovrana»?

Nell’ordine esecutivo le politiche di «discriminazione positiva» che favoriscono categorie di cittadini penalizzati da varie motivazioni, basate sulla razza, sul sesso, e via di questo passo, sono bollate con aggettivi pesanti, come «pericolose, degradanti e immorali».

Sarebbero forme di agevolazione che «minano – parola di The Donald - anche la nostra unità nazionale, poiché negano, screditano e minacciano i tradizionali valori americani di duro lavoro, eccellenza e risultati individuali».

C’è un precedente di un paio di anni fa su questo fronte: la Corte Suprema Usa, composta a maggioranza - 6 a 3 - da giudici molto conservatori, alcuni nominati da Trump stesso nel suo primo mandato, ha vietato, con una sentenza molto discussa, alla università americane di tenere in considerazione il fattore razziale nella selezione degli studenti che chiedono di essere ammessi.

La «discriminazione positiva» per attenuare le disuguaglianze nei confronti di minoranze è stata ritenuta una forma di ingiusto favoritismo, e quindi condannata dalla sentenza della Corte: «Ogni allievo deve essere trattato in base alle proprie esperienze e competenze», come affermò il giudice capo della Corte Suprema, John Roberts.

Nata sull’onda delle lotte per compiere un passo concreto verso il riconoscimento di diritti civili agli afroamericani negli anni Sessanta, la logica della «discriminazione positiva» è stata poi via via estesa ad altre categorie di cittadini ritenuti sfavoriti proprio in quanto minoranze. E qui sta il punto.

L’uguaglianza dei punti di partenza dei cittadini è però uno dei cardini di ogni società autenticamente liberal-democratica, un principio fondante per una società che si prefigga di essere, almeno il più possibile, una «società giusta». Come è nella stessa tradizione culturale degli Usa, e basta pensare a uno dei maggiori filosofi americani del secondo Novecento, John Rawls, autore di opere fondamentali tradotte in tutto il mondo, oppure a un’altra icona della filosofia etico-politica come la newyorchese Martha Nussbaum, tuttora attivissima nel difendere l’idea di una società in cui l’uguaglianza dei punti di partenza resta un obiettivo irrinunciabile.

Come insegnava don Milani, «non c’è ingiustizia più grande che fare parti uguali tra diversi». Ma spiegalo tu a The Donald e ai suoi. —

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