Dazi al 37%, la Serbia fra i Paesi più colpiti: «Giù il Pil fino all’1%»

Dall’automotive alle munizioni: preoccupazione a Belgrado. Mano pesante anche su Bosnia e Macedonia del Nord

Stefano Giantin
Il presidente della Serbia, Aleksandar Vučić. Foto Epa/Andrej Cukic
Il presidente della Serbia, Aleksandar Vučić. Foto Epa/Andrej Cukic

Mano leggera con alcuni, durissima con altri, in particolare con Belgrado. Si può riassumere così l’impatto dei nuovi dazi americani annunciati dal presidente Usa, Donald Trump, sui Balcani occidentali ancora fuori dalla Ue, in alcuni casi colpiti in maniera ancora più severa da Washington in confronto a colossi economici come Cina (dazi al 34%), Taiwan (32%), Giappone (24%), India (26%) e Ue (al 20%).

Casi come quello della Serbia che, secondo le tabelle ufficiali pubblicate su X dalla Casa Bianca, si è vista infliggere dazi addirittura al 37%, il livello più alto nella regione e fra i 14 più alti al mondo.

Ma il risveglio, è stato drammatico anche in Bosnia-Erzegovina, colpita da dazi al 35% e pure in Macedonia del Nord, contro la quale sono state decise imposte addizionali al 33% su tutte le esportazioni di Skopje verso gli Usa. A sentirsi relativamente rasserenati, in questo quadro, sono invece Montenegro, Albania e Kosovo, colpiti da dazi americani al 10%. Percentuali che si tradurranno sicuramente in problemi più o meno seri in una regione che non ha certamente negli Usa uno dei mercati principali di sbocco della propria produzione, ma l’impatto potrebbe essere comunque rilevante.

Quali le previsioni? Mentre in una Belgrado dove sono in corso le consultazioni per il nuovo governo le bocche sono rimaste cucite, torna utile, per avere un’idea del quadro generale, il “Tariffs simulator” sviluppato dall’Osservatorio della complessità economica (Oec). Per quanto riguarda la Serbia, già colpita da dazi sull’acciaio e l’alluminio, il simulatore prevede ora un impatto negativo anche per le esportazioni serbe di auto della “Mirafiori balcanica”, Kragujevac, ma anche di motori elettrici, munizioni, frutta congelata, pneumatici e rame, mentre non dovrebbero esserci ripercussioni sui servizi informatici, un mercato in fortissima crescita.

Difficile fare comunque congetture precise al momento, ma «si può immaginare «un calo del pil dello 0,5-0,6%, fino all’1%», il calcolo dell’economista Veljko Mijušković, sentito dalla Tv pubblica di Belgrado. Di certo, è sorprendente che «la Serbia abbia ricevuto dazi superiori a quelli di tutti i Paesi della regione, maggiori di quelli della Cina», ha fatto eco il professore di Economia Petar Veselinović.

Gli Usa sono al momento il 19/mo mercato più importante per l’economia serba, con un export del valore di circa 600 milioni di euro. Sorprendenti sono anche i dazi al 35% contro la Bosnia, dove si teme un impatto negativo sui settori che esportano maggiormente verso gli Usa, in testa quello dell’industria della difesa. Per quanto concerne invece la Macedonia del Nord (dazi al 33%), i problemi maggiori dovrebbero riguardare le esportazioni di tabacco, vestiti, ma anche di acciaio e ferro. Meno complicato è invece il quadro per i “graziati”, ossia Tirana, Pristina e Podgorica (al 10%).

Sono invece al 20% i dazi che riguardano i Paesi balcanici che fanno parte della Ue. Tra questi, la Croazia, che nel 2023 ha esportato per quasi 800 milioni di dollari – in particolare prodotti farmaceutici, strumenti elettrici e armi e munizioni – con le importazioni sopra il miliardo, in particolare di gas liquefatto. «In questo momento stiamo analizzando le possibili conseguenze» dei nuovi provvedimenti, ma in generale Zagabria ritiene che esse avranno una ricaduta più pesante sull’economia globale che su quella croata, sussiste comunque il rischio di una «reazione a catena», il commento del premier Plenković. «Non possiamo prevedere le conseguenze specifiche dei dazi», ha da parte sua detto il vicegovernatore della Banca di Slovenia, Primož Dolenc.

Ma a Lubiana ci sono timori per gli effetti negativi sul comparto dell’acciaio e alluminio. Dazi che sono un «duro colpo», il commento della ministra degli Esteri, Tanja Fajon. Che ha espresso speranze che Lubiana possa negoziare con Washington qualche ammorbidimento delle misure per proteggere la sua economia. —

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