In Serbia riesplode la guerra del litio

BELGRADO Altro che pace. L’oro bianco, sempre più ambito a livello globale perché essenziale per la nuova economia “verde”, per le batterie di auto elettriche e pannelli fotovoltaici, rischia di resuscitare una guerra politica e di piazza che sembrava ormai sopita, nel cuore dei Balcani. Guerra che riguarda la Serbia, Paese balcanico nelle cui profondità si celano, ancora non sfruttati, enormi giacimenti di litio. Litio, ricordiamo, verso cui aveva manifestato il suo interesse negli anni passati il colosso Rio Tinto, che aveva lanciato – senza tuttavia concretizzarlo appieno – il cosiddetto “Progetto Jadar”, nell’area di Loznica, nella parte occidentale della Serbia, focalizzato appunto sui depositi di oro bianco nella zona, fra i più abbondanti a livello mondiale.
Quel progetto era stato stimato in oltre due miliardi di euro salvo poi venire definitivamente accantonato dopo le massicce proteste di piazza registrate a Belgrado e nel resto della Serbia tra il 2021 e il 2022, con strade e autostrade bloccate e migliaia di “indignados” in piazza a denunciare il devastante impatto ambientale dall’estrazione del litio per suolo, aria, acque. Dopo la rabbia della gente, è stato messo «un punto» fermo sull’investimento, aveva assicurato il governo di Belgrado in più occasioni – ma negli ultimi mesi vari segnali hanno suggerito che, dietro le quinte, si stia lavorando per rilanciare lo Jadar che, secondo le stime del colosso minerario, potrebbe soddisfare quasi il 90% del fabbisogno europeo di litio.
Segnali di questo tipo si stanno accavallando soprattutto negli ultimi giorni. Ad aprire le danze è stato così il presidente serbo Aleksandar Vučić, che ha svelato di aver avuto una «difficile conversazione» con rappresentanti di Rio Tinto al World Economic Forum di Davos.
Sul tavolo, le possibili «cause» che l’azienda anglo-australiana ha evocato contro Belgrado, colpevole di aver sospeso le licenze d’estrazione. «Ho chiesto loro di non prendere misure per proteggere i propri interessi», ha continuato Vučić, informando di aver fatto appello a Rio Tinto a «offrire le soluzioni più pulite, che possano soddisfare la nostra gente».
Soluzioni per un progetto archiviato? Forse non lo è più, probabilmente non lo è mai stato. La palla, infatti, dovrebbe passare al prossimo governo serbo, che potrebbe insediarsi a marzo. E il prossimo esecutivo affronterà il problema, ha suggerito sempre il leader serbo.
Significative le dichiarazioni fatte in questo senso dalla premier uscente, Ana Brnabić, che ha precisato di non aver «fermato» il Progetto Jadar «perché pensavo fosse cattivo», bensì di averlo solo «messo in pausa» a causa delle proteste di piazza, che secondo Brnabić sarebbero state organizzate «con finanziamenti stranieri» solo per destabilizzare la Serbia e indebolire Vucic.
Rio Tinto ha da parte sua fatto sapere di continuare «a credere nel Progetto Jadar, che potrebbe essere il catalizzatore dello sviluppo di altre industrie e per la creazione di decine di migliaia di posti di lavoro per l’attuale e le prossime generazioni in Serbia». Su tutto, a conferma della centralità di Jadar – non solo per Rio Tinto e Belgrado – anche la firma, nell’autunno scorso, di un’intesa tra Serbia e Ue sui materiali critici, litio incluso. Nel frattempo, opposizione ed ecologisti si stanno preparando a tornare sulle barricate – chiedendo una moratoria definitiva al litio. E addirittura sostenendo che in centomila saranno gli sfollati se il progetto Jadar andrà avanti. Come sempre maggiori indizi indicano.
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