La grande corsa al litio si allunga alla Bosnia e innesca altre proteste
Individuato un giacimento, annunciato il via all’attività nell’area di Lopare, nella Republika Srpska. Ambientalisti e Comune mobilitati, petizione al Parlamento

BELGRADO Non solo la Serbia, dove la questione – malgrado le rassicurazioni delle autorità al potere – è tutt’altro che chiusa e potrebbe riesplodere. La febbre dell’oro - quello bianco dei nostri tempi, cioè il litio - appare destinata a diffondersi anche nella vicina Bosnia-Erzegovina, tra proteste e inevitabili tensioni.
È questo il quadro che si sta componendo con sempre maggior chiarezza nelle ultime settimane, in quei Balcani che hanno il potenziale per diventare un moderno “Klondike” del litio in Europa. Klondike che ha ora un nuovo fronte, dopo quello dell’area di Loznica, in Serbia. Si tratta della zona di Lopare, cittadina bosniaca in Republika Srpska, non troppo distante dai potenziali giacimenti serbi su cui ha messo gli occhi il colosso anglo-australiano Rio Tinto.
Sui monti intorno a Lopare, dopo quasi cinque anni di ricerche, l’impresa svizzera Arcore ha annunciato alla fine dello scorso anno di aver evidenziato la presenza di litio e di altri minerali essenziali per la produzione delle moderne batterie. È potenzialmente «uno dei giacimenti più importanti d’Europa» e «siamo fiduciosi di poter iniziare l’estrazione, in maniera responsabile sia dal punto di vista sociale sia ambientale, alla fine del 2026», ha illustrato la dirigenza di Arcore.
Parole dietro cui si nasconde un business di tutto rispetto. I depositi di Lopare, a circa 140 chilometri da Sarajevo, nella Bosnia nord-orientale, sono infatti «grandi e compatti», ideali per «una miniera a cielo aperto» che permette di «ridurre i costi», si legge sul sito dello European Lithium Institute, di cui Arcore è fra i membri. Da lì si potranno estrarre, tra l’altro, 2,4 milioni di tonnellate di carbonato di litio e 33 di acido borico, numeri importanti «nel contesto europeo», con un investimento che si prospetta di alcune centinaia di milioni di euro, – senza contare i futuri posti di lavoro – per un affare complessivo di 10 miliardi, stimano i media locali.
Tutto bene, per un Paese come la Bosnia, affamato di investimenti stranieri e di progetti che diano slancio? Non esattamente. Proprio Lopare rischia di diventare l’epicentro di una rabbia speculare a quella osservata in Serbia negli anni passati, fomentata dai timori per l’impatto ambientale dell’estrazione del litio. In queste settimane la popolazione locale è scesa in piazza – e altre proteste si preparano - tutti «uniti, a prescindere da appartenenze etniche, credo religioso e idee politiche», ha spiegato Tihomir Dalić, presidente dell’Ong Centar za zivotnu sredinu. Sarebbe un disastro per «paesaggio e natura» e i «fiumi» dell’area, ha lanciato l’allarme l’associazione Eko-Leonardo.
Ma anche la locale municipalità si sta mobilitando, con una petizione con svariate migliaia di firme consegnata al Parlamento della Republika Srpska, per chiedere il divieto di estrazione. «Abbiamo visto cosa è accaduto in Serbia abbiamo deciso di reagire», ha spiegato il sindaco di Lopare, Rado Savić, mentre il partito di opposizione Sds (destra) ha promesso di «portare in piazza decine di migliaia» di dimostranti. In pratica, uno scenario “serbo”.
Intanto il tema litio resta caldo anche a Belgrado, che ha messo in standby il cosiddetto “Progetto Jadar” dopo le manifestazioni e i blocchi stradali degli anni passati, in un Paese diviso tra chi vede il litio come opportunità e chi come una bomba a orologeria. Ma attenzione, «siamo seduti sui miliardi», ha avvisato la ministra serba dell’Energia, Dubravka Djedović Handanović. Suggerendo che un cambio di rotta potrebbe essere deciso dal nuovo governo.
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