Il politologo Fruscione: «Protesta vincente dei giovani in Serbia, il potere non sa come opporsi»
Il politologo dell’Ispi: «La generazione Z è capace di reclamare giustizia. A Bruxelles hanno preferito la stabilità a democrazia e stato di diritto, ciò che la piazza ora chiede»

Le proteste che ormai da mesi paralizzano la Serbia? Una sorpresa, perché «sono quelle più trasversali, partecipate e originali» di sempre. E a differenza del passato «la piazza si è organizzata con iniziative strategiche, uniche nella storia serba, come le marce in varie città del paese, dove gli studenti arrivano e vengono accolti a braccia aperte». Dunque, la «formula di queste proteste è vincente». Lo spiega al Piccolo il politologo Giorgio Fruscione, esperto di Balcani all’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi).
In Serbia a canalizzare il malessere sono giovani e studenti, quella Generazione Z considerata da molti inerte e apolitica. Come si giustifica l’eccezione serba?
«La Gen Z sarà anche inerte e apolitica, ma la mia impressione è che sia anche quella che non si svende facilmente, che sa distinguere il giusto, che sa chiedere il rispetto dei propri diritti. Farlo in modo apolitico è semmai un elemento a favore della piazza: gli studenti non vogliono il potere, vogliono giustizia. Malgrado più di quattro mesi di manifestazioni e raduni, di occupazioni di scuole e università, le autorità al potere rimangono sorde alle richieste delle piazze e continuano a parlare di “rivoluzione colorata” eterodiretta dall'estero».
Come legge la reazione del presidente serbo Aleksandar Vučić alle proteste?
«È abituato ad avere il controllo su tutto e ora si rende conto che non sono tutti suoi sudditi. Al contempo sa che reprimere le proteste studentesche sarebbe altamente impopolare e conosce il potenziale degli studenti serbi, dal momento che negli anni Novanta rovesciarono il governo di Milosević, movimento cui lui stesso partecipava. È in difficoltà: per questo si è inventato “la rivoluzione colorata”».
Le proteste però non sembrano voler proporre una soluzione politica alla crisi, limitandosi a chiedere lotta a corruzione, malaffare, istituzioni che funzionino. Concorda? Se sì, è un limite?
«Sì, concordo. È una protesta civica, non politica, con obiettivi civici che prescindono le logiche di potere. È proprio questo che la sta rendendo un successo: perché il regime non sa come contrastarle, se non alle urne, ma gli studenti sanno che in quel campo si farebbe il gioco del regime; quindi lo mettono fuorigioco non facendosi bastare dimissioni ed eventuale voto».
La crisi va tuttavia risolta, in qualche modo. Ritiene che l’idea di un governo di transizione possa essere la strada giusta? E Vučić accetterà di scendere a patti?
«Sì, sarebbe la strada giusta se il governo tecnico non fosse emanazione del regime, scenario che invece temo. Ma Vučić non scenderà mai a patti: ha una ossessione maniacale per il potere, l’ha agognato a lungo, sa come mantenerlo e controllarlo, anche tramite strutture in apparenza indipendenti; e come ogni autocrate non lo lascerà mai di sua volontà».
Se invece sarà un nuovo governo sempre a guida Sns o se si andrà al voto, cosa attendersi nei prossimi mesi? E teme che si arrivi a violenze?
«Credo che il prossimo governo sarà apparentemente apartitico. Vučić vorrà dare l’impressione di non avervi controllo e di non aver scelto politici dell’Sns. È uno scenario che manterrebbe viva la protesta, gli studenti non si accontenterebbero e questa potrebbe degenerare in violenze per mano delle reti criminali che lavorano per il governo e per il partito di Vučić».
Intanto la Ue rimane relativamente silente sulla situazione in Serbia. Come mai?
«L’Ue è un po’ complice di VučIć: gli ha dato fiducia, sostegno e gli ha fatto credere di essere un elemento di pace e stabilità, anche a livello regionale. E a Bruxelles hanno preferito la stabilità a democrazia e stato di diritto, le cose che invece oggi chiede la piazza. Un paradosso. C’è poi la questione del litio, che l’Ue vuole e per il quale potrebbe ulteriormente sostenere il governo Vučić». —
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