Il politologo Fruscione: «Protesta vincente dei giovani in Serbia, il potere non sa come opporsi»

Il politologo dell’Ispi: «La generazione Z è capace di reclamare giustizia. A Bruxelles hanno preferito la stabilità a democrazia e stato di diritto, ciò che la piazza ora chiede»

Stefano Giantin
Una delle manifestazioni che si stanno susseguendo a Belgrado (foto Epa/Cukic)
Una delle manifestazioni che si stanno susseguendo a Belgrado (foto Epa/Cukic)

Le proteste che ormai da mesi paralizzano la Serbia? Una sorpresa, perché «sono quelle più trasversali, partecipate e originali» di sempre. E a differenza del passato «la piazza si è organizzata con iniziative strategiche, uniche nella storia serba, come le marce in varie città del paese, dove gli studenti arrivano e vengono accolti a braccia aperte». Dunque, la «formula di queste proteste è vincente». Lo spiega al Piccolo il politologo Giorgio Fruscione, esperto di Balcani all’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi).

In Serbia a canalizzare il malessere sono giovani e studenti, quella Generazione Z considerata da molti inerte e apolitica. Come si giustifica l’eccezione serba?

«La Gen Z sarà anche inerte e apolitica, ma la mia impressione è che sia anche quella che non si svende facilmente, che sa distinguere il giusto, che sa chiedere il rispetto dei propri diritti. Farlo in modo apolitico è semmai un elemento a favore della piazza: gli studenti non vogliono il potere, vogliono giustizia. Malgrado più di quattro mesi di manifestazioni e raduni, di occupazioni di scuole e università, le autorità al potere rimangono sorde alle richieste delle piazze e continuano a parlare di “rivoluzione colorata” eterodiretta dall'estero».

Dopo le manifestazioni in Serbia consenso in caduta per il presidente Vučić
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La grande manifestazione a Belgrado del 15 marzo scorso

Come legge la reazione del presidente serbo Aleksandar Vučić alle proteste?

«È abituato ad avere il controllo su tutto e ora si rende conto che non sono tutti suoi sudditi. Al contempo sa che reprimere le proteste studentesche sarebbe altamente impopolare e conosce il potenziale degli studenti serbi, dal momento che negli anni Novanta rovesciarono il governo di Milosević, movimento cui lui stesso partecipava. È in difficoltà: per questo si è inventato “la rivoluzione colorata”».

Le proteste però non sembrano voler proporre una soluzione politica alla crisi, limitandosi a chiedere lotta a corruzione, malaffare, istituzioni che funzionino. Concorda? Se sì, è un limite?

«Sì, concordo. È una protesta civica, non politica, con obiettivi civici che prescindono le logiche di potere. È proprio questo che la sta rendendo un successo: perché il regime non sa come contrastarle, se non alle urne, ma gli studenti sanno che in quel campo si farebbe il gioco del regime; quindi lo mettono fuorigioco non facendosi bastare dimissioni ed eventuale voto».

A Belgrado la pacifica manifestazione «anti élite al potere» di studenti e cittadini
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La manifestazione degli indignados di sabato 15 marzo a Belgrado, in Serbia. Foto Epa

La crisi va tuttavia risolta, in qualche modo. Ritiene che l’idea di un governo di transizione possa essere la strada giusta? E Vučić accetterà di scendere a patti?

«Sì, sarebbe la strada giusta se il governo tecnico non fosse emanazione del regime, scenario che invece temo. Ma Vučić non scenderà mai a patti: ha una ossessione maniacale per il potere, l’ha agognato a lungo, sa come mantenerlo e controllarlo, anche tramite strutture in apparenza indipendenti; e come ogni autocrate non lo lascerà mai di sua volontà».

Se invece sarà un nuovo governo sempre a guida Sns o se si andrà al voto, cosa attendersi nei prossimi mesi? E teme che si arrivi a violenze?

«Credo che il prossimo governo sarà apparentemente apartitico. Vučić vorrà dare l’impressione di non avervi controllo e di non aver scelto politici dell’Sns. È uno scenario che manterrebbe viva la protesta, gli studenti non si accontenterebbero e questa potrebbe degenerare in violenze per mano delle reti criminali che lavorano per il governo e per il partito di Vučić».

Intanto la Ue rimane relativamente silente sulla situazione in Serbia. Come mai?

«L’Ue è un po’ complice di VučIć: gli ha dato fiducia, sostegno e gli ha fatto credere di essere un elemento di pace e stabilità, anche a livello regionale. E a Bruxelles hanno preferito la stabilità a democrazia e stato di diritto, le cose che invece oggi chiede la piazza. Un paradosso. C’è poi la questione del litio, che l’Ue vuole e per il quale potrebbe ulteriormente sostenere il governo Vučić». —

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