Scontro in Serbia sull’oro bianco della transizione ecologica

BELGRADO. Il bottino è troppo pingue per mollare definitivamente la presa. E allora, in Serbia, si riapre una “guerra” moderna, non per mire territoriali, ma per mettere le mani su elementi cruciali per la cosiddetta transizione verde.
Elementi come il litio, oro bianco che si troverebbe in grandi quantità nelle profondità del Paese balcanico e che sta tornando prepotentemente d’attualità, dopo le massicce proteste di piazza organizzate da ambientalisti e oppositori del governo, che avevano costretto le autorità al potere a Belgrado ad annunciare, nel 2022, uno stop al cosiddetto “Progetto Jadar”, dal nome di una futura miniera sotterranea nella Serbia occidentale, progettata dal colosso anglo-australiano Rio Tinto. Ed è stata proprio Rio Tinto, in questi giorni, a rilanciare, non tanto a sorpresa, l’iniziativa Jadar. Lo ha fatto annunciando la pubblicazione di una bozza preliminare dello studio di impatto ambientale del Progetto Jadar, basata sulle analisi «di più di cento esperti indipendenti locali e internazionali, inclusi 40 professori di più di dieci facoltà», risultato di «oltre sei anni di lavoro», ha assicurato il braccio serbo di Rio Tinto.
Ma cosa sostiene, lo studio? Dice di fatto che il Progetto Jadar, malgrado le critiche di ecologisti ed esperti contrari all’estrazione, «può essere sviluppato in sicurezza» e rispettando «i più alti standard ambientali della Serbia e della Ue». Lo Jadar è un progetto sicuro, che porterà benefici enormi alla Serbia, il succo dello studio, che vuole «incoraggiare un dibattito pubblico informato», ben differente da discussioni basate su «disinformazione e fake news», ha assicurato da parte sua la numero uno di Rio Tinto nel Paese balcanico, Marijanti Babic. L’analisi ha «identificato tutti i potenziali rischi e le appropriate misure» per contenerli, ha fatto eco il professor Aleksandar Jovic, uno dei coordinatori delle analisi relative a un progetto che vale almeno 2, 4 miliardi di euro e che potrebbe coprire il 90% del fabbisogno di litio in Europa.
Mossa di Rio Tinto che va letta in un quadro più ampio e che suggerisce che il Piano Jadar è tutt’altro che defunto, malgrado l’opposizione di una parte dell’opinione pubblica nazionale. Quadro che ha come co-protagonisti leader come il presidente serbo, Aleksandar Vucic, che a gennaio aveva anticipato che la Serbia è più che aperta a nuovi negoziati con Rio Tinto. Ma nei giorni scorsi sul tema si è espresso anche il neo-premier Miloš Vučević. «Sono pronto a parlare con tutti» e «ritengo che la Serbia debba usare ogni chance di sviluppo, rispettando i più alti standard» ambientali, ha messo le mani avanti, specificando tuttavia che del tema ancora «non si è discusso» nel nuovo esecutivo. Ma se ne parlerà, in Parlamento, forse già «la prossima settimana», ha anticipato l’ex premier Brnabic, che ha evocato «un dibattito» sullo stato dell’arte del progetto. Progetto che, tuttavia, rischia di riaccendere la tensione in Serbia.
Lo studio di Rio Tinto è «propaganda», ha contrattaccato il gruppo d’opposizione Ekoloski Ustanak, mentre Kreni-Promeni, da sempre in prima fila contro il litio, ha accusato il colosso di voler far carta straccia delle firme dei 30 mila che hanno chiesto di inserire in Costituzione il divieto di estrazione del litio. Nel frattempo, anche nell’area di Loznica la maretta sta salendo. E il 2024 potrebbe essere l’anno della ripresa della guerra per l’oro bianco, in Serbia.
Riproduzione riservata © il Nord Est