Torna lo spettro del litio in Serbia, nuove proteste degli ambientalisti

Le associazioni additano nuove attività del colosso Rio Tinto, che aveva rinunciato ai piani di estrazione

Stefano Giantin

BELGRADO. «Abbiamo messo un punto definitivo, è finita», aveva assicurato nel gennaio scorso la premier serba Ana Brnabić: una dichiarazione che doveva rappresentare non un armistizio, ma una vera e propria resa agli “indignados” che avevano protestato per mesi, paralizzando la Serbia e chiedendo di porre termine al controverso progetto. Ma la battaglia per l’oro bianco – e per altri minerali preziosi - sembra essere sul punto di ripartire, nel Paese balcanico.

La questione riguarda il colosso minerario Rio Tinto, che negli anni passati aveva messo gli occhi sull’area di Loznica, nella parte occidentale della Serbia, nel cui sottosuolo si nascondono enormi giacimenti dai quali estrarre il litio, metallo oggi essenziale per la produzione delle moderne batterie. Il progetto era stato accolto con entusiastico favore dalla leadership politica serba, che lo aveva descritto come iniziativa fondamentale per lo sviluppo economico e la modernizzazione del Paese; e invece con rabbia crescente – e blocchi stradali e incidenti di piazza - da residenti, attivisti ed ecologisti che avevano denunciato i rischi ambientali derivanti dall’estrazione del litio.

Le proteste potrebbero presto risalire di tono, dopo una manifestazione tenuta domenica contro governo e Rio Tinto, ancora contenuta, sulle orme delle migliaia di dimostranti scesi in piazza contro l’inquinamento in un’altra mobilitazione, sempre a novembre. Reazioni che, da settimane, sono fomentate dalle denunce di esperti e di associazioni come il Consiglio delle organizzazioni ecologiste serbe (Seos), secondo il quale Rio Tinto, invece di andarsene dalla Serbia, continuerebbe a pianificare iniziative in Serbia e soprattutto «ad acquistare proprietà» nell’area dove, in base ai piani iniziali, doveva sorgere la mega-miniera di litio: un fatto che suggerirebbe che il cosiddetto “Progetto Jadar”, dal nome del fiume che scorre nella valle nel mirino di Rio Tinto, sarebbe tutt’altro che accantonato.

Lo ha confermato anche Marijana Petković, dell’associazione “Non diamo lo Jadar”, che ha sostenuto che sarebbero quasi 180 i permessi di esplorazione concessi al colosso minerario negli ultimi mesi. Critico verso il presidente serbo Aleksandar Vučić e contro il governo anche Saša Manojlović, dell’organizzazione Kreni-Promeni, anima e volto delle grandi proteste dell’anno scorso. Il governo «teme un dibattito pubblico» e parlamentare sul tema litio, ha sottolineato Manojlović, suggerendo che anche i sostenitori dei Progressisti di Vučić sarebbero assai poco felici di assistere a un rientro di Rio Tinto dalla finestra. Serve invece un «divieto» per via legislativa all’estrazione del litio, è la posizione espressa dalla deputata d’opposizione Ivana Parlić (Narodne Stranke).

Ma il divieto non arriverà, secondo le rassicurazioni di Vučić, perché «vietare per sempre la ricerca sul litio sarebbe una pazzia; ma il progetto Rio Tinto non continuerà», aveva assicurato nei giorni scorsi, senza tuttavia convincere gli indignados serbi. È difficile del resto farlo, perché altri segnali che vanno in controtendenza ci sono. Il più significativo è l’annuncio della possibile costruzione di una “gigafactory” per la manifattura e il riciclaggio di batterie super-moderne, anche con un super-contributo statale serbo da 400 milioni di dollari. Dietro il progetto, il colosso Inobat con sede in Slovacchia. E nel consorzio di investitori strategici dietro la compagnia c’è in prima fila una vecchia conoscenza. Si tratta proprio di Rio Tinto, hanno denunciato gli attivisti. Promettendo che, se le cose dovessero andare nella direzione che temono, «bloccheremo di nuovo la Serbia».

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