Il sogno dell’Europa tra passato e futuro: «Da Ventotene una visione post-nazionalista e unita»

La filosofa e scrittrice: «In Italia sulla difesa comune dell’Ue siamo alle tifoserie. Il mondo è già in guerra e il vecchio continente non può stare a guardare»

Martina Delpiccolo

C’è da chiedersi se alla fine – sperando che sia più un nuovo inizio che una fine – avremo o ci resterà qualche certezza. Su cosa sia l’Europa o cosa non sia ognuno dice la sua. E intanto si va discutendo di riarmo e di difesa, mettendoci dentro tutto e il contrario di tutto. Quanto ai toni, c’è il rischio di fare l’abitudine al rumore e alla violenza. Tra le certezze messe in discussione, è finita anche la Storia, quella con la esse maiuscola, e anche il Manifesto di Ventotene, redatto nel 1941. Ne parliamo con una voce chiara, coraggiosa, critica, appassionata: Rosi Braidotti. Originaria di Latisana (Udine), filosofa, teorica femminista e del soggetto nomade post-umano, si batte da anni contro il dominio delle identità granitiche a favore della diversità e della solidarietà intergenerazionale. Professoressa all’Università di Utrecht, è autrice di numerosi saggi e libri, tradotti in ventisei lingue, tra cui il recente, edito Rizzoli, “Il ricordo di un sogno”.

Cos’è l’Europa? Il ricordo di un sogno?

«Da mio nonno antifascista ho ereditato non solo la visione di una società libera e solidale, equa e femminista, giusta e basata sull’uguaglianza e il rispetto dei diritti umani. Mi ha lasciato in dote anche il sogno di veder sorgere una grande Unione Europea, il sogno di una federazione di Stati anti-autoritari e antifascisti in un’Europa forte della sua vecchia cultura, economicamente di primo piano, ma impegnata a costruire un avvenire di pace, progresso scientifico e giustizia sociale. Io ci credo ancora».

Come possiamo orientarci nel dibattito attuale sull’Europa?

«È un gran peccato che in Italia circolino tanti discorsi così confusi sull’Europa e su un possibile sistema di difesa europea, perché diventa difficile trovare un punto di equilibrio, un minimo di spessore e complessità. Inoltre, vista l’ambivalenza sistematica della premier Meloni sul dossier di difesa europea, il suo crescente spirito anti-europeista, l’oltraggio perpetuato alla memoria di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni e il carattere divisivo dei suoi interventi anche in Parlamento, mi sento in obbligo di esprimere il mio dissenso e la mia preoccupazione. Penso sia un gran peccato per la stessa Meloni, che ha molte qualità, però non riesce ad assumere la statura della statista seria. Non sa resistere al canto delle sirene sovraniste».

Come uscire da questa situazione?

«Sulla questione epocale di un sistema di difesa europeo (e quella quasi inverosimile del riarmo della Germania) in Italia non sappiamo discutere in maniera pacata. Siamo arrivati alle tifoserie. Invece credo nell’importanza dei contenuti, nell’onestà intellettuale e nel dialogo. E apprezzo anche un minimo di realismo, compreso il pugno fermo con cui Ursula von der Leyen sta rispondendo al bullismo di Trump, all’aggressione permanente di Putin e al tecno-fascismo del Big Tech, guidato da Musk. Non lasciarsi bullizzare dai potenti della Terra mi sembra un ottimo punto di partenza anche per noi europei».

Che valore ha oggi il Manifesto di Ventotene?

«Rimane validissimo: dignitoso, visionario, coraggioso. Scritto da uomini e donne che hanno saputo dire no al regime violento del fascismo e si sono battuti per la nostra libertà. Hanno avuto la generosità di sognare un mondo migliore e un’Europa post-nazionalista e unita. Invece di violarlo per motivi propagandistici e di riderci sopra, la Meloni farebbe meglio a consultarlo, per trarne spunti precisi d’azione concreta. Il Manifesto di Ventotene non è un testo pacifista, nel senso integralista, incondizionato e assolutista del termine. Tutt’altro. Parla apertamente della violenza, prima di tutto quella subìta specificamente dagli autori di quel testo, da parte del regime fascista che li aveva mandati al confino».

Qual è il messaggio attuale del Manifesto?

«Consiste nell’appello appassionato a smantellare gli eserciti degli stati nazionali, a partire dalle potenze super-militarizzate, che si permettono di attaccare gli altri Stati e non rispettano il diritto istituzionale. Quindi il Manifesto propone di fondare una forza di difesa europea, anti-nazionalista e pro-pace. Ribadisce un punto ancora più rilevante per noi oggi che per loro nel 1941. È ormai evidente che nessun Paese in Europa può restarsene da parte, mentre gli altri si battono, a niente valendo le dichiarazioni di neutralità e di patti di non aggressione da parte della Russia di Putin, che difatti ha già ripreso a bombardare l’Ucraina, nonostante la promessa di tregua. E lo stesso accade a Gaza, da parte di Netanyahu».

È in atto un nuovo scontro di civiltà sul tema democrazia?

«La questione dell’Ucraina è ormai quella della difesa della democrazia tout court, stabilendo le linee del conflitto fondamentale del nostro tempo, che è quello fra democrazia e autocrazia, o tra liberaldemocrazia occidentale e cosiddetta “democrazia sovrana” di Putin, alleato dell’Internazionale sovranista di Bannon&Trump. Questo è il nuovo “scontro di civiltà”, che ha rimpiazzato quello fra Occidente e Islam che gli Usa avevano imposto dopo l’11 settembre. Si avvicina il momento di un riarmo che – oggi come ai tempi in cui venne scritto il Manifesto di Ventotene – vedrà la Germania come protagonista. Il problema però è che gli autocrati e i sovranisti-populisti sono in crescita anche nelle democrazie occidentali. Le mancate promesse del neoliberalismo hanno condotto alla delusione e alla reazione populista».

Quali responsabilità ha l’Occidente?

«Ne ha, non solo per l’estensione a est della Nato, ma specialmente per le guerre di aggressione perpetrate dagli anni ’90 in poi: Kosovo, Iraq, Siria, Libia, ecc. Dopo il 1989 gli Usa hanno esibito uno “stato di euforia da superiorità assoluta”, da “fine della storia”, da veri vincitori della Guerra fredda. Senza dimenticare però il ruolo della Russia nell’invasione successiva di Afganistan, Siria, Checknya, Georgia, Crimea, Donbass e Ucraina, portando il mondo sull’orlo del precipizio».

C’è il rischio di trovarci a vivere una nuova guerra mondiale?

«È un mondo già in guerra, e l’Europa non può stare a guardare. Organizzare un sistema di difesa europeo è un passaggio obbligato e il Manifesto di Ventotene ci fornisce una guida morale e una profonda intuizione politica in questo momento cruciale».

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