L’ombra dell’autocrazia: la Costituzione a rischio con la nuova riforma della giustizia
La riforma della magistratura procede senza dibattito: poteri ridimensionati e autonomia a rischio

A proposito della separazione delle carriere, osservo che, quando si prospetta la riscrittura di parti salienti della Costituzione, un sovrappiù di riflessione sarebbe doveroso.
Sarebbe auspicabile almeno un’attenta discussione in Parlamento per ricercare una condivisione più ampia possibile fra le forze politiche sulle modifiche dell’assetto costituzionale. Invece la prima lettura è passata in fretta, con tempi contingentati e senza alcuna discussione, il che ha provocato proteste perfino fra forze parlamentari non pregiudizialmente ostili alla riforma: insomma, il potere esecutivo non solo intende ora porre in posizione subalterna quello giudiziario, per le ragioni che dirò, ma svolge il suo percorso parlamentare ponendo in posizione subalterna persino il potere legislativo, riducendolo alla mera espressione di voto.
Mi chiedo perché avviene questa esibizione muscolare da parte dell’attuale Governo.
Le tre riforme
Mi sembra ragionevole rispondere che ciò accade perché delle tre riforme costituzionali che ne costituivano l’ambizioso progetto di riscrittura dell’architettura dello Stato, due appaiono pressoché accantonate: quella del premierato per la mancanza di una visione unitaria fra le forze della maggioranza; quella dell’autonomia differenziata per il sostanzioso e sostanziale svuotamento deciso dalla Corte Costituzionale. Invece la riforma cui viene ora impressa un’accelerazione accontenta un po’ tutte le forze politiche: non mi stupirebbe constatare che, al di là di una disapprovazione formale che mi pare ovvia nel confronto parlamentare, pure non poche componenti dell’opposizione siano sostanzialmente contente di un ridimensionamento del ruolo della magistratura.
Di questo, infatti si tratta: e per questo il nome appropriato del disegno di legge costituzionale deve essere non “riforma della giustizia” ma “riforma della magistratura”. L’innovazione normativa non si propone lo scopo di migliorare né i tempi né il complessivo servizio giustizia, che non ne avranno alcun beneficio: la riforma ha l’unico obiettivo di riequilibrare l’assetto dell’ordine giudiziario ponendolo in una situazione oggettivamente subalterna rispetto al potere esecutivo. Questa è ora la posta in gioco, e non certo il solo riequilibrio fra accusa e difesa nel processo penale che era stato prospettato dall’Unione delle Camere Penali dell’avvocatura nel loro progetto di riforma (solo in parte coincidente con quello fatto proprio dal Governo).
Infatti due Consigli superiori della magistratura anziché uno non significa raddoppiarne, ma dimezzarne sia il compito di governo dell’ordine giudiziario, che verrà frammentato in due componenti, sia l’autorevolezza e la capacità della doverosa interlocuzione con le altre istituzioni.
Avvocatura e controllo
Stando così le cose, l’avvocatura dovrebbe guardare con preoccupazione a questa riforma, nella consapevolezza che l’indebolimento della funzione di controllo svolta dalla magistratura comporterà anche quello della funzione di garanzia dei diritti individuali svolta dall’avvocatura – come storicamente si è visto in esperienze passate, e come oggi sta avvenendo in alcuni Paesi non troppo lontani da noi: esempio in Turchia fin dal 2016 e in epoche più recenti in Polonia e in Ungheria.
Oggi ci si trova dinanzi a un trend preoccupante che coinvolge anche democrazie solide e mature come gli Stati Uniti d’America, in cui l’attuale potere esecutivo non fa mistero di voler ignorare le decisioni della magistratura che pongono limiti e paletti agli “ordini esecutivi” presidenziali; contemporaneamente quel medesimo potere esecutivo si fa beffe dei diritti individuali di coloro che ritiene di additare al disprezzo generale, come accade oggi per i migranti che decide di espellere, e domani chissà.
Chiarisco il mio pensiero con un recente e importante esempio. In Italia c’è un avvocato volenteroso e tenace che ha insistito nel chiedere, per un migrante naufrago da lui assistito, un (modesto!) risarcimento del danno per non essere stato costui condotto tempestivamente in un porto sicuro: ebbene, quella pretesa è stata ritenuta pochi giorni fa conforme a diritto dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione.
La Costituzione
Insomma in Italia, ma non solo in Italia, si sta verificando una lenta virata della Costituzione materiale – a Costituzione formale invariata – da ordine democratico a potere autocratico, che non tollera limiti e contrappesi. Non appena verrà modificata la Costituzione formale con la riforma della magistratura, sarà compiuto un primo tassello di questo disegno complessivo: tassello che troverà inevitabilmente un completamento con un successivo assalto alla Costituzione, finalizzato a collocare il pubblico ministero sotto il potere esecutivo.
Oggi i promotori della riforma negano con sdegno questo successivo passaggio: ma essi stessi stanno disseminando eloquenti indizi di segno opposto.
Un primo indizio è dato da ciò che ha scritto il senatore Marcello Pera su “Il Foglio” del 3 febbraio 2025: «La sola separazione non basta…».
Un secondo indizio è dato dalle espressioni del Sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro: «Attenzione, io lo avevo detto: c’è un rischio nel doppio Csm: o si va fino in fondo e si porta il pm sotto l’esecutivo, oppure…».
Un terzo indizio è dato dalle parole pronunciate il 26 marzo dal Ministro della Giustizia Carlo Nordio dopo il rigetto della mozione di sfiducia nei suoi confronti.
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