Cittadinanza e Ius sanguinis, arriva la stretta: ecco cosa cambia per gli oriundi italiani
Il tribunale di Venezia sommerso da 24.528 procedimenti: il 41% del contenzioso nazionale in materia di cittadinanza

I numeri sono impietosi. Da un lato quelli del tribunale di Venezia: dal 2022 ben 24.528 procedimenti di riconoscimento della cittadinanza (di cui oltre 19 mila pendenti), pari al 41,3% del contenzioso nazionale in materia.
Dall’altro quelli dei Comuni: 800 pratiche nel piccolissimo centro bellunese di Val di Zoldo, altrettante a Padova, nel 2023. La stretta del governo sullo ius sanguinis si spiega anche con queste cifre che parlano di un’ondata capace di travolgere l’attività della Pubblica Amministrazione.
C’è però un ulteriore numero: 5 milioni di persone nel mondo hanno origini venete. E questo chiama in causa l’altro aspetto: il legame, stretto, con i discendenti da emigrati. Basti pensare al rapporto con il Brasile, a Rio Grande Do Sul ribattezzata l’ottava provincia veneta e dove una delegazione della Regione sarà presente a maggio per i 150 anni della migrazione italiana.
«Si tratta di legami profondi che rendono il tema delicato: c’è il principio dello ius sanguinis che abbiamo sempre difeso e c’è la necessità di evitare richieste speculative che mettono in difficoltà Comuni e tribunali», rileva a questo proposito l’assessore alla Cultura Cristiano Corazzari riassumendo la contraddizione che sta scuotendo la politica. E dividendola.
Il dibattito
Così, a fronte della stretta decisa dal decreto legge del governo su proposta del ministro degli esteri di Forza Italia Antonio Tajani (secondo cui i discendenti di italiani nati all’estero saranno automaticamente cittadini solo per due generazioni), c’è la reazione di chi contesta tale limitazione. Dopo Von der Leyen e il piano di riarmo, ora sono gli oriundi a minare la coesione della maggioranza di governo.
Se Forza Italia sostiene Tajani e Flavio Tosi sottolinea come siano stati messi quei requisiti minimi sollecitati dallo stesso Luca Zaia, da Fratelli d’Italia e Lega arrivano le posizioni critiche. «Il tema della cittadinanza è certamente molto importante. Resta in questo contesto valido il principio dello ius sanguinis e quello del tema dei dieci anni di permanenza in Italia per presentare la domanda di cittadinanza.
Questi giusti principi vanno mantenuti», ha detto ieri mattina Maurizio Gasparri, Forza Italia, presidente del gruppo Pdl al Senato.
Elena Donazzan, assessora al Lavoro di Fratelli d’Italia ha invece parlato nei giorni scorsi di «un errore culturale del centrodestra» sostenendo che «hanno sangue italiano».
E poi la Lega, il partito che ha coltivato più saldamente i rapporti con gli oriundi, ma che ha anche il contatto stretto con i sindaci del territorio.
Alberto Villanova, capogruppo zaiano in consiglio regionale, in un post sui social, è stato esplicito: «La cittadinanza? Ai discendenti dei nostri emigrati, non ai migranti. Ci sono migliaia di discendenti di veneti nel mondo, orgogliosi delle loro radici. Pensare di negar loro la cittadinanza, ma spalancarla con lo ius scholae agli immigrati è follia! Le tradizioni si difendono, non si cancellano. La proposta di Forza Italia è sbagliata, serve una inversione di marcia».
A sollevare per primo la questione è stato il parlamentare leghista Dimitri Coin: «Partiamo da un presupposto sbagliato perché si va a intervenire su un diritto naturale per nascita. Loro sono italiani perché nascono da italiani. Cosa ben diversa è la naturalizzazione, riservata ai cittadini stranieri. Insomma in questi casi non si tratta di una concessione, ma di un riconoscimento.
Il problema dei Comuni oberati dipende dall’eccessiva lentezza dei Consolati. È vero che sono sovraccarichi, ma va studiato come alleggerirli e come remunerarli; e devono essere messi nelle condizioni di distinguere tra domande vere e fasulle».
Corazzari che in questi giorni è subissato di messaggi di oriundi, non nasconde le perplessità sul decreto e tenta una via d’uscita: «Servono una riflessione profonda e una grande attenzione: la limitazione va fatta per situazioni speculative, ma va tutelato chi ha un rapporto stretto con il territorio. Una soluzione potrebbe essere l’esame linguistico per superare barriere diverse».
I sindaci
«I sindaci non ne fanno una questione politica o ideologica, ma esclusivamente pratica ed è il problema dell’intasamento degli uffici Anagrafe». Mario Conte è sindaco di Treviso e presidente Anci, il problema lo conosce da vicinissimo. Perché non passa giorno che i primi cittadini del Veneto e in particolare quelli dei centri minori, non rappresentino le difficoltà di andare avanti con le pratiche di richiesta della cittadinanza.
Denunciando il rischio di finirne travolti. «La scelta del governo ci agevola e ci fa ben sperare», prosegue Conte, «Sia chiaro che il problema non sono gli oriundi: non è una questione di cittadinanza sì oppure no. Personalmente credo che i rapporti con i discendenti dei nostri migranti vadano incentivati. Ritengo anche che se si vuole la cittadinanza italiana, allora occorre venire a vivere qui perché essa non è soltanto un documento da sventolare. Ma appunto la questione è un’altra e non c’entra con il dibattito politico che si è aperto ora. Se si vuole andare avanti con il riconoscimento della cittadinanza, allora, si deve creare una corsia per il rilascio dei documenti che sia esterna ai Comuni. Servono strumenti snelli, con quelli attuali la strada è impraticabile». I sindaci avevano cercato di intervenire anche con la “super tassa”: l’aumento fino a 600 euro del costo per l’avvio delle pratiche.
I comuni
Chi appoggia senza indugi la stretta è chi lavora nella Pubblica Amministrazione. Spiega Carlo Rapicavoli, direttore Anci: «Il tribunale di Venezia rappresenta un caso unico in Italia», sottolinea, parlando di «effetti straordinariamente negativi».
Quanto ai Comuni, sono impegnati sia con l’ufficio Anagrafe che successivamente con quello di Stato civile costretti ad attività di controllo ricerche di archivio, ricostruzione della genealogia. «Tutto ciò pregiudica il normale funzionamento degli Uffici di Stato Civile con inevitabili ripercussione sugli adempimenti dei Servizi Demografici», rileva Rapicavoli che ricorda peraltro come «non possono essere succubi di minacce e diffide ad adempiere da parte di consulenti vari».
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