Marianna, sparita a 18 anni dal 2013: il mistero della giovane cuoca scomparsa andando dal fidanzato

Marianna Cendron, trevigiana di Paese, manca dal 27 febbraio 2013. All’epoca viveva a casa di un vicino. Ha fatto perdere le tracce dopo il turno di lavoro, quella sera aveva appuntamento con il suo ragazzo. Le ricerche, le ipotesi, gli sviluppi giudiziari

Franco Allegranzi

Ogni inchiesta chiusa senza esito su una persona scomparsa lascia un punto interrogativo. Ci sono migliaia di punti interrogativi di questo tipo, quesiti che non lasciano scampo alle famiglie che li vivono. Chissà se esiste un modo per cancellarli tutti, per portare alla luce la verità. In questo mondo, a quanto pare, no. Restano solo gli appelli senza fine, i volontari delle associazioni che lottano perché nessuno venga dimenticato, e la speranza. La mamma di Angela Celentano, la bimba di tre anni scomparsa il 10 agosto 1996 sul Monte Faito, a Vico Equense, ha scritto: «“Ma non vi viene in mente che possa essere morta?” mi hanno chiesto tante volte, senza pudore. “No, mai”, ho sempre risposto di slancio, e lo credo davvero».

Quando i familiari di Marianna Cendron, la cameriera di Paese originaria della Bulgaria (Sumen) adottata da piccolina col fratello e sparita a diciott’anni il 27 febbraio del 2013 dopo il turno di lavoro al Golf Club di Castefranco, ripensano alla loro ragazza, cosa che si ripete ogni giorno, rivedono il suo viso pulito e i suoi occhi onesti.

Sanno che è capitato di litigare, di alzare la voce a tavola, non filtrare i pensieri più appuntiti. Ma questo succede in tutte le famiglie perbene e passa in secondo piano. Adesso i pranzi in casa Cendron a volte si svolgono in un silenzio che contiene tutte le voci, a partire a da quella di Marianna.

L’inchiesta

Porta la data del 12 settembre 2018 il decreto firmato dal giudice di Treviso Bruno Casciarri che dispone l’archiviazione del procedimento a carico di ignoti per sequestro di persona, avviato alcuni anni prima per far luce sulla scomparsa di Marianna. Il magistrato rappresenta che «all’esito delle indagini disposte dal Gip a seguito della seconda opposizione all’archiviazione depositata dal pm in data 12 febbraio 2018, i genitori di Marianna Cendron, scomparsa la sera del 27 febbraio 2013 dopo essere uscita dal lavoro, il Golf Club di Castelfranco, hanno presentato una nuova opposizione».

«Si tratta di un atto estremamente analitico», riconosce il giudice, «che ripercorre l’iter delle indagini ed evidenzia le contraddizioni sia intrinseche che estrinseche che diacroniche, le imprecisioni ed omissioni nelle plurime versioni dei fatti rese dal vicino e dal fidanzato di Marianna. Il petitum è dato dalla richiesta di iscrizione dei nominativi di quest’ultimi nel registro degli indagati e in ulteriori attività di indagine». Però, conclude il magistrato, «l’opposizione non può trovare accoglimento. La sussistenza delle aporie evidenziate dalla difesa non basta a integrare il presupposto richiesto dall’articolo 315 c.p.p. per l’iscrizione nell’apposito registro di una determinata notitia criminis a carico di un determinato soggetto, non bastando, come nel caso di specie, meri sospetti, ma necessitando specifici elementi indiziari (Cfr. Cass. Sez. I sentenza nr. 34637 del 22-1-2013, rv 257120). La richiesta di indagini suppletive si sostanzia nella ripetizione di atti di indagine già più volte assunti, ovvero procedere a Sit (sommarie informazioni testimoniali) o interrogatorio del vicino, del fidanzato e del dj conoscente del vicino per chiedere loro conto ancora una volta delle precedenti e nuove (rispetto ai verbali del 7 e 16 novembre 2017) contraddizioni».

«Tali atti», sostiene il magistrato, «in assenza di elementi probatori genuinamente nuovi, non possono che rendere ancora più incerta la ricostruzione della dolorosa vicenda della scomparsa della giovane Marianna Cendron, moltiplicando le versioni dei fatti senza termini obbiettivi di verifica. Allo stato non vi sono le ragionevoli condizioni per proseguire nelle richieste delle indagini, che potranno essere in ogni tempo riaperte a norma dell’articolo 414 cpp all’emergere dell’esigenza di nuove investigazioni».

La norma citata dal giudice alla fine del dispositivo è quella che prevede la possibilità che, dopo il provvedimento di archiviazione, il giudice autorizzi con decreto motivato la riapertura delle indagini su richiesta del pubblico ministero “motivata dalla esigenza di nuove investigazioni”.

Insomma, la partita non è ancora chiusa e non lo sarà mai, finché la verità non verrà a galla, in un modo o nell’altro. Certo, la vicenda, oltre che “dolorosa” come definita dal magistrato, secondo i familiari di Marianna è anche una vicenda che era cominciata nel peggiore dei modi.

Papà Pierfrancesco Cendron e mamma Emilia Michielin
Papà Pierfrancesco Cendron e mamma Emilia Michielin

Perché fin dalla prima opposizione alla richiesta di archiviazione, presentata in qualità di persone offese da Emilia Michielin, Pierfrancesco Cendron e Giorgio Cendron, e firmata dall’avvocato Stefano Tigani l’11 dicembre 2015, si denuncia uno dei punti deboli dell’intera indagine, «indagine giunta a questo paradossale epilogo, innanzi tutto, perché scaturita da un presupposto investigativo affrettato ed erroneo, vale a dire il convincimento iniziale dei carabinieri che Marianna se ne fosse andata volontariamente. La conseguenza di tale deduzione è stata che le ricerche, contrariamente a quanto dovrebbe essere, sono partite a dieci giorni di distanza dalla scomparsa».

Nelle settimane scorse, intanto, di Marianna Cendron è stata dichiarata la morte presunta: inevitabile, dopo oltre dieci anni di silenzio assoluto. E, pochi giorni fa, un commovente post su Facebook di papà Pierfrancesco che fa gli auguri a Mary per i suoi 30 anni: “Tienimi con te, ovunque tu sia”.

La sparizione

Mercoledì 27 febbraio 2013 è una data importante per il nostro Paese. È il giorno dell’ultima udienza generale di Papa Benedetto XVI, il cui pontificato, dopo la rinuncia annunciata a sorpresa l’11 febbraio, cessa ufficialmente il giorno dopo, cioè il 28, per lasciar posto al conclave che eleggerà Papa Francesco. La Chiesa Cattolica, da due settimane, è sotto shock.

È anche il giorno in cui si tirano le somme delle elezioni politiche svoltesi domenica e lunedì, che hanno decretato un sostanziale pareggio tra le coalizioni di centrodestra e centrosinistra, facendo subito tramontare l’ipotesi di un governo guidato da Pierluigi Bersani, leader del partito di maggioranza relativa, il Partito Democratico, per dare poi vita, a primavera inoltrata, all’esecutivo “di larghe intese” guidato da Enrico Letta.

È una data importante anche per la giovane Marianna, una svolta decisiva per la sua vita, e per la vita di chi le vuole bene. Una data che non si dimentica. Chissà se lei ne è consapevole, quel giorno. Forse crede di affrontare una giornata come tante altre, oppure è determinata ad attuare un piano a lungo premeditato, o invece non si immagina affatto il destino di finire vittima di un disegno criminale o di un tranello del destino. Quel giorno Marianna si sarebbe svegliata un po’ meno in forma del solito.

Il ristorante del Golf Club di Castelfranco
Il ristorante del Golf Club di Castelfranco

Lo lascia intendere il vicino di casa che la ospita. L’operaio spiegherà di essersi alzato verso le 6, di essere andato in bagno, di aver preparato la colazione per entrambi, di aver informato Marianna, ancora a letto ma già sveglia, che stava piovendo. A questo punto il vicino si offre di accompagnarla e lei accetta, ma prima, a colazione, non tocca cibo.

L’operaio racconterà poi di averla vista “di un brutto colorito, pallida, giallastra” il mattino di quel 27 febbraio, di essersene preoccupato, di averle anche chiesto se aveva la febbre, ma di aver preferito non insistere. Come aveva fatto altre volte, quindi, il vicino la accompagna alla fermata della corriera numero 6 in auto, fa freddo e pioviggina. Per la verità, chiamato a ricostruire questi ultimi istanti vissuti insieme alla ragazza, l’operaio fornisce in tempi diversi versioni parzialmente differenti.

Ai primi di marzo del 2013, per tre volte, sostiene di aver accompagnato Marianna al bus che la conduceva al lavoro e di averla vista personalmente salire in corriera a Paese.

Sentito di nuovo sul punto il 27 settembre del 2013, anche perché alla trasmissione “Chi l’ha visto?” aveva nel frattempo riferito di aver accompagnato Marianna direttamente a Castelfranco in macchina perché pioveva, precisa: «Non sono in grado di dire se sia salita o meno sulla corriera. Una cosa è certa: io l’ho accompagnata alla fermata. Non ho potuto vedere se Marianna sia salita o meno sul mezzo, perché con la mia macchina mi sono allontanato». In ogni caso, la corriera parte da Paese alle 7 e 8 minuti.

Quella è l’ultima volta, sostiene il vicino, che gli capita di vedere Marianna. E il 7 novembre successivo spiegherà ai carabinieri che era successa una cosa insolita, nel momento in cui la ragazza era scesa dall’auto: aveva portato con sé, oltre al solito zainetto celeste, anche una borsa di carta da shopping, cosa che non aveva mai fatto prima.

La borsa conteneva i trucchi, lo spazzolino da denti e altri effetti personali. Circostanza che non sembra poi così strana, considerando che aveva il piano di passare la notte dal fidanzato. È vestita un po’ leggera, la diciottenne, per quella giornata fredda, otto gradi temperatura di massima, con il cielo color seppia come certe vecchie foto: un giubbotto bianco grande per il suo metro e sessanta, dei leggins neri, un berretto di lana lilla. «A domani sera», il saluto della ragazza all’operaio che la ospita.

Poi il quarantacinquenne riprende la corsa in auto e si reca al lavoro, racconta di aver firmato dei moduli aziendali, «ma non ricordo – spiegherà tempo dopo – se sono rimasto al lavoro o sono andato via poco dopo a causa della pioggia». E il resto della giornata? Una come tante altre: «Sono rimasto a casa per tutta la mattinata. Ho pranzato e di pomeriggio mi sono messo al letto per un riposino. Mi sono svegliato verso le 14.30 e sono rimasto a casa per un’ora circa. Subito dopo sono andato al supermercato IN’S, poco distante, per acquistare alcuni prodotti per la casa. Ho comprato le sigarette nella tabaccheria del centro commerciale “La Castellana” e ho fatto ritorno a casa, rimanendovi per tutta la serata».

Nel frattempo, quella mattina, Marianna arriva regolarmente al lavoro al ristorante del Golf Club Ca’ Amata, probabilmente sulla solita bicicletta, quella che lascia agganciata a un palo del capolinea degli autobus di Castelfranco, vicino al parcheggio dell’Iper, diversa da quella che usa per andare a Paese a prendere la corriera. Sono quattro i chilometri di distanza dal locale.

Si tratta di una vecchia bici bianca, con una cinquantina di anni sulle spalle, da donna, con sellino e pedali neri, catena coperta da un tubo di gomma giallo, portapacchi posteriore, cestino sul manubrio, fanalino posteriore non funzionante. La guaina gialla per la catena della bicicletta l’ha realizzata proprio il vicino di casa, dopo essersi accorto che il lucchetto era arrugginito.

Il ristorante si trova in via Loreggia a Salvarosa, una zona un po’ defilata rispetto al centro di Castelfranco. E sembra una giornata tranquilla: la ragazza si è sempre detta contenta del suo lavoro di aiuto cuoca, i colleghi negano che nei giorni precedenti avesse confidato loro il proposito di cambiare occupazione o addirittura di fuggire all’estero. «L’abbiamo sempre vista carica e motivata, era molto felice di quello che faceva», hanno spiegato due cameriere. Forse, quel giorno, Marianna è solo un po’ più stanca del solito. Tanto che, a turno concluso, verso le 17 o 17.30, chiede al titolare di poter andare a stendersi un paio d’ore sul divano al piano superiore, un soppalco del ristorante, anche in vista dell’appuntamento serale col fidanzato.

È la quarta volta, da quando si sono messi insieme, un paio di anni prima, che sceglie di andare a dormire nel convitto del Maffioli con lui. Sempre di mercoledì, quando c’è meno vigilanza. Funziona così: lei arriva, si fa la doccia, se serve si nasconde nell’armadio o sotto il letto del ragazzo, e poi alla mattina, verso le 6.30, se ne va prima del giro di controllo da parte dell’istitutore. Così nessuno li scopre. Piccoli espedienti di un innocente amore tra adolescenti che si erano conosciuti sui banchi dell’alberghiero.

Prima di andare a riposarsi sul divano in vista della serata, però, Marianna prepara un biglietto dettagliato e lo appende al frigorifero del locale. Contiene il resoconto del lavoro della giornata e le istruzioni per il giorno successivo, rivolte al cuoco, che è anche il suo datore di lavoro: “Per Giuseppe. La pastella è in cella e anche la faraona è cotta. Il brodo non è salato e le galline sono già disossate (in cella). Io e Giacomo abbiano fatto i biscotti, alla cannella, alle mandorle, al cocco (li trovi in alto sopra il congelatore) Ciao, buon lavoro, a domani. Marianna”.

Il biglietto lasciato da Marianna Cendron al titolare del Teatro al Golf
Il biglietto lasciato da Marianna Cendron al titolare del Teatro al Golf

Un arrivederci al giorno dopo, verrà commentato da più parti, che sembra poco compatibile con un piano di fuga volontario. In ogni caso, la ragazza sta ancora sonnecchiando sul divano del piano superiore o forse sta proprio ascoltando con le cuffiette la sua canzone preferita, Dancing di Elisa, quando, alle 17.45, arriva la chiamata del vicino al telefono fisso del ristorante.

La racconta una collega: «È giunta una telefonata al bar da parte di un certo signore, che chiedeva di parlare con Marianna. L’ho chiamata alcune volte senza ottenere risposta e poi sono salita sulla parte superiore del locale, dove ho trovato Marianna che mi veniva incontro e le ho passato il telefono dicendole che c’era quel signore che la cercava. Lei ha preso il telefono dicendomi che era la persona presso la quale era ospite. Poco dopo ho riportato in sala il telefono e alla mia domanda se stesse andando a casa, lei ha ribadito: “No, questa sera vado in convitto maschile, a dormire dal mio fidanzato”».

Il vicino, settimane dopo la scomparsa, spiegherà di averla chiamata, quel pomeriggio, solo per sincerarsi che lei stesse bene, perché la mattina l’aveva vista un po’ in difficoltà, pallida ed esausta: «Sì, intorno alle 17.45 ho telefonato al ristorante dove Marianna lavorava, per sapere come stava. Poi ho riscaldato il minestrone di soia che Marianna mi aveva preparato e dopo sono rimasto a casa a guardare dei programmi in televisione».

Ma perché telefonarle al fisso del locale e non al cellulare? Lui spiegherà di averla cercata prima al cellulare e lei non avrebbe risposto, ma dai tabulati telefonici non risultano per quell’ora del pomeriggio del 27 né chiamate al 340 (lo smartphone di Marianna, un Samsung nero) né al 346 (quello che il vicino sostiene di averle dato in uso, come spiega anche nelle sommarie informazioni raccolte dagli inquirenti il successivo 2 marzo).

Quel 27 febbraio la telefonata tra il vicino e Marianna dura pochi minuti, lei spiega all’operaio che sta riposando e gli conferma che andrà a passare la notte dal fidanzato. Poco prima delle ore 20, dopo un paio di ore in cui nessun collega nota niente di particolare, né spostamenti né chiamate o atteggiamenti strani, Marianna telefona al suo ragazzo dal fisso del ristorante.

Le ricerche di Marianna alla presenza dei genitori
Le ricerche di Marianna alla presenza dei genitori

Vedendo arrivare la chiamata, lo studente all’inizio pensa che lei intenda rinviare l’appuntamento, magari perché trattenuta al ristorante per fare qualche ora di straordinario. Invece la cameriera annuncia che sarà da lui nel giro di una mezz’oretta. In questa telefonata c’è un dettaglio particolare. Marianna spiega al fidanzato che non gli farà il solito squillo di avviso, il segnale convenuto, quando sarà vicina al convitto, perché ha problemi col cellulare, che funziona male, «non un problema di credito, ma un problema meccanico».

Marianna non parla al suo ragazzo del secondo cellulare prestatole dal vicino. Ce l’ha con sé quella sera oppure no? Secondo l’operaio che la ospita, sì, anche se lo usa saltuariamente e spesso lo dimentica a casa. Nel novembre del 2017, sentito nuovamente dagli inquirenti, spiega che «Marianna solo in qualche rara occasione lo portava con sé, in quanto lo vedevo sempre sotto carica in casa. La mattina di quel 27 febbraio entrambi i telefoni di Marianna erano sotto carica. Io stesso li ho messi dentro lo zaino di Marianna, in una tasca di servizio. Non ho detto a nessuno che avevo dato questo telefono a Marianna. L’ho riferito solo ai carabinieri la sera della scomparsa. Quella scheda era intestata a me, ma la usavo personalmente di rado, giusto per qualche telefonata, per non gravare eccessivamente sulle bollette dell’azienda, visto che solitamente usavo il telefono aziendale».

In ogni caso, quella sera, Marianna, nella telefonata fatta dal fisso del ristorante alle 19.53, chiede al fidanzato che la attenda verso le 20.30 direttamente all’esterno della palestra dell’istituto agrario, a pochi metri dal convitto. Un modo per non farlo insospettire nel caso di ritardo, una maniera per guadagnare tempo avendo già predisposto il piano di fuga? C’è anche la possibilità che la ragazza volesse fermarsi prima altrove, magari per qualche compera.

«Ok, allora ci vediamo dopo», le conferma al telefono il giovane studente dell’alberghiero. Che, qualche tempo dopo, specificherà: «Marianna impiegava circa cinque minuti per arrivare in convitto. Se fosse uscita alle 20.00 sarebbe arrivata alle 20.05 e non alle 20.30. Se mi ha detto che sarebbe arrivata alle 20.30 è possibile che prima sia andata da qualche altra parte, ad esempio all’Iper, per effettuare degli acquisti». Secondo il vicino, invece, Marianna le aveva parlato di un appuntamento col fidanzato alle ore 21, cioè più tardi.

Quel che è certo è che, prima di uscire, Marianna si affaccia alla cucina e saluta il titolare del ristorante, che nel frattempo è arrivato per preparare la cena: «Ciao, ci vediamo domani». Sono le 19.55 circa. «Non mi avrebbe salutato così, se avesse avuto intenzione di scappare da qualche parte», è la convinzione confidata inizialmente dal titolare del locale. Che qualche mese dopo, però, spiegherà ai cronisti la sua opinione, maturata col passare del tempo, che lei avesse deciso di andarsene: «Non ne ha mai parlato personalmente con me, ma forse si era confidata un paio di volte con persone che lavoravano con lei».

I minuti decisivi

Non ci sono, per la verità, testimoni diretti del suo allontanamento dal locale, quella sera. Secondo la ricostruzione più plausibile, la ragazza inforca la bicicletta e sparisce nell’oscurità della brumosa e fredda campagna castellana, il clima è ancora invernale. La tramontana taglia la faccia e gela anche i pensieri, le mani, sotto i guanti, stanno diventando insensibili. Poco dopo, però, succede qualcosa.

Non sappiamo cosa, ma è l’evento che decide tutto. Ti immagini una ragazzina magra e minuta, tormentata dalla sua anoressia nervosa e che dimostra meno dei suoi diciott’anni, mentre percorre in bici una strada buia, ma a un certo punto lei non c’è più. Viene intercettata da qualcuno? Qualcuno che le ha fatto del male? L’oltraggio alla vita di una ragazzina che poteva essere lei o chiunque altra si trovasse in quel momento, in quei paraggi? Forse incontra una persona che le promette di riportarla a casa, e invece la inganna? Il golem rimane un’entità sonosciuta.

In quei giorni, tra l’altro, ricorre un terribile anniversario: il 26 febbraio 2010 era stato ritrovato il corpo senza vita di Yara Gambirasio, ginnasta tredicenne bergamasca sparita tre mesi prima dall’uscita del centro sportivo di Brembate di Sopra, finita nelle mani di un predatore sessuale, da cui, forse aveva accettato un passaggio per tornare a casa, salvo poi essere aggredita, seviziata e lasciata agonizzante fino alla morte in un campo abbandonato.

Quello che è certo è che quella notte scompaiono Marianna e insieme anche la sua bicicletta bianca, di cui si serviva per spostarsi dal capolinea dei bus di Castelfranco al ristorante di Salvarosa e dal ristorante di Salvarosa al convitto del fidanzato. Della bicicletta scomparsa si tornerà a parlare alcuni anni dopo, quando il vicino di casa dichiarerà ai carabinieri della stazione di Paese di «aver notato, verso le 17.10 di ieri, nella strada bianca che conduce alla mia abitazione, la gemma del fanalino posteriore della bicicletta che solitamente utilizza Marianna per coprire la distanza tra la fermata delle corriere di Castelfranco e il ristorante in cui lavora. Sono sicuro che prima di quella circostanza il fanalino non era lì».

PAESE. NERA RAGAZZA SCOMPARSA. MARIANNA CENDRON

Indicazione, questa che, se veritiera, renderebbe ancora più complicata una ricostruzione oggettiva della vicenda. Tanto più che l’operaio, pochi giorni dopo la scomparsa di Marianna, contatterà due volte i carabinieri di Paese riferendo la sensazione che lei fosse entrata in casa sua, nei giorni successivi alla sparizione, quando lui non c’era, anche perché il televisore sarebbe risultato improvvisamente “sprogrammato”, cioè i canali televisivi sarebbero risultati memorizzati con un altro ordine. Se la sensazione fosse vera, verrebbe comunque da chiedersi come mai Marianna non abbia pensato di recuperare in occasione di quelle presunte e assai improbabili intrusioni i suoi effetti personali, ritrovati dai carabinieri nella casa del vicino l’8 marzo.

Intanto, torniamo alla maledetta sera del 27 febbraio, quando i residenti del posto sono già tutti chiusi nelle loro case davanti al solito tiggì. La ragazza dovrebbe arrivare al convitto maschile, che dista un chilometro e quattrocento metri dal ristorante. In bici, la distanza si percorre in pochi minuti. Il primo tratto è breve e buio, conduce a una rotonda. Poi la svolta a destra per via Loreggia, una strada stretta che taglia dei fondi agricoli e non è illuminata. Le abitazioni sono lontane e non hanno accessi diretti, il tragitto è un susseguirsi di campi e canali. Alla fine, svoltando a sinistra, si arriva al parcheggio della palestra del convitto. Qui ci sono le scale metalliche che portano agli alloggi degli studenti.

Cosa può essere successo lungo quel tragitto? L’inizio di un piano di fuga volontaria da sola o con l’aiuto di qualcuno?

L’ipotesi sarebbe in qualche modo confortata dai messaggi inviati agli amici, in particolar modo quello di un mese prima: «Ciao a tutti, se non entrerò più su Facebook sarà perché non ho la possibilità di usare il computer. Un caro saluto a tutte le persone che conosco e che non vedrò più. Mi dispiace, ma le cose si complicano per me».

Si è osservato che, in base all’esame del suo pc fatto negli anni successivi dagli inquirenti, già dal 2012 la ragazza aveva fatto ricerche su Google su siti che spiegano come sparire o cambiare completamente identità senza lasciare traccia. Ma se tutti quelli che cercano informazioni in internet su progetti “strani”, soprattutto tra gli adolescenti, dovessero poi attuarli… Ad un certo punto, nel corso delle complicate indagini, viene data per certa una pista che porta alla Bulgaria, poi un’altra che porta alla Francia, poi un’altra ancora che porta alla Spagna, ma tutte si rivelano inconcludenti. Certo, l’allontanamento per la scelta di cambiare radicalmente vita, in qualche misterioso cunicolo del mondo, resta un’ipotesi. Un’ipotesi, però, che pare poco compatibile con la personalità della diciottenne e con la sua fragilità.

Le litigate in casa e la voglia di scappare che, come in tanti adolescenti, cresce col passare degli anni, non la spiegano. Non la spiegano perché Marianna non porta con sé né denaro né documenti, rimasti a casa del vicino. Perché non aspetta neppure il saldo del suo stipendio. Perché lascia un messaggio ai colleghi per il giorno dopo. Perché non saluta neppure il fratello, adottato con lei, a cui era legatissima.

Un allontanamento senza lasciare una minima traccia e senza commettere il minimo errore, la capacità di pianificare in modo perfetto la fuga perfetta, ci fa pensare a una personalità molto diversa dalla sua, anche se, è vero, qualcuno potrebbe averla aiutata e potrebbe aver attuato nei suoi confronti un “lavaggio del cervello”. Ma chi? E con quale scopo?

E soprattutto, se pure dessimo credito all’ipotesi della fuga con l’aiuto di qualcuno, o insieme a qualcuno, urta davvero contro ogni sentimento di ragionevolezza l’idea che lei, in tutti questi anni, non abbia mai ceduto all’impulso, all’umana debolezza o alla sincera voglia di dare una semplice comunicazione ai genitori e al fratello, anche per interposta persona o in forma anonima, in modo da non farsi rintracciare: «Non tornerò, ma sono viva».

Un’altra ipotesi è l’incidente provocato da un pirata della strada, un automobilista che sfrecciava troppo veloce e che magari l’abbia vista all’ultimo momento, anche per via del fanalino posteriore rotto della bici, e che poi, temendo le conseguenze dell’accaduto, abbia occultato rapidamente il corpo, la bici e anche i segni dell’impatto. Quella strada è molto trafficata, soprattutto di giorno. Il caso clamoroso di un pirata della strada, un giallo senza soluzione a distanza di più di dieci anni, si era verificato poco tempo prima e poco distante.

Appena sei mesi prima della sparizione di Marianna, era toccato a un’infermiera di 57 anni, Lucia Cendron (stesso cognome ma nessuna parentela) venire investita sulla sua bicicletta in via dei Brilli ai confini tra Quinto e Treviso. Mentre si stava recando a Paese alle prove del coro Cantores Pagenses, la ciclista era stata travolta dal conducente di un Ciao. Era la tarda serata del 29 agosto 2012. La donna era morta quasi subito, mentre l’investitore si era dileguato nell’oscurità, senza essere mai più rintracciato. A distanza di più di dieci anni, i suoi familiari continuano a chiedere giustizia.

Certo, non si può escludere neppure un’ipotesi drammatica, la scelta di Marianna di recarsi altrove rispetto al convitto del fidanzato e forse, vinta dai suoi irrisolti problemi psicologici, di andare a farla finita. Al vicino che la ospitava, e anche al suo fidanzato, un giorno, aveva confidato addirittura di voler gettarsi sotto un treno. I familiari e gli amici però non credono a questa ipotesi.

Lo stesso vicino, un mese dopo la scomparsa della ragazza, riconosce che «nel periodo in cui ha abitato da me, Marianna mi è sempre apparsa serena, ha sempre mangiato e non ha mai vomitato». Marianna voleva costruirsi una vita. A modo suo, ma voleva vivere, aveva molte qualità ed era piena di progetti. Era solo all’inizio della sua esistenza, forse non sapeva bene ancora dove mettere i piedi, qualche volta era inciampata come può succedere a chiunque, ma il futuro era davanti a lei, limpido e incalzante.

Il terzo uomo

C’è anche la possibilità, già accennata, del rapimento da parte di qualcuno, conosciuto o sconosciuto, che potrebbe averle teso un agguato all’uscita del ristorante, e poi averla uccisa e averne fatto sparire il cadavere. A questo riguardo merita un cenno la pista, peraltro rimasta senza esito, del “terzo uomo”.

Si tratta di un ultracinquantenne che qualche giorno prima della scomparsa, alle 18.02 del 14 febbraio, aveva telefonato al numero fisso del ristorante del Golf Club castellano per parlare proprio con la giovane cuoca. Un uomo, poi identificato dagli inquirenti, che in seguito sarebbe stato riconosciuto da una collega di Marianna proprio come la persona che si era presentata al locale per andare a prendere Mary e allontanarsi con lei a fine turno qualche giorno prima della scomparsa.

Se la ragazza non si è spostata in bicicletta verso il convitto, quel 27 febbraio, forse aveva un appuntamento con questa terza persona? Forse è la stessa persona di cui parlerà qualche mese più tardi una compagna di classe delle medie e amica di Mary, raccontando agli inquirenti e anche in tivù che la cuoca le aveva riferito di «un uomo che la costringeva, che la chiamava, un ragazzo più grande di lei che la disturbava e lei alla fine aveva ceduto alle sue insistenze».

Marianna Cendron con i genitori
Marianna Cendron con i genitori

Forse la persona con cui lei, alcuni pomeriggi, trascorreva del tempo di nascosto a Castelfranco, al punto da far insospettire il fidanzatino che a volte la pedinava? Oppure l’amica si riferiva al vicino di casa che la ospitava o a qualcun altro? L'uomo misterioso, poi identificato, ha però un alibi preciso per la sera del 27 febbraio e non sarebbe stato neppure interrogato dagli inquirenti. Tante ipotesi. Solo ipotesi. Quindi anche l’ultracinquantenne, secondo gli inquirenti, non c’entra nulla con la scomparsa. Forse era solo un conoscente, o un potenziale nuovo datore di lavoro, o il proprietario di un alloggio che lei voleva prendere in affitto a Castelfranco.

Eppure il meccanismo costituito da adescamento, e poi inganno, rapimento e sfruttamento di una giovane ragazza non può affatto essere escluso, anche senza tirare in ballo il fenomeno della “tratta delle bianche” di cui pure si è parlato più volte, tra inchieste giornalistiche e leggende metropolitane, ma che i vertici istituzionali del nostro Paese hanno ritengono una piaga confinata ai primi decenni del secolo scorso.

Ci sono state ragazze scomparse che hanno avuto ben maggiore eco mediatica rispetto a Marianna, basti pensare ai casi delle due quindicenni romane Mirella Gregori, sparita il 7 maggio 1983, ed Emanuela Orlandi, scomparsa il 22 giugno dello stesso anno, per le quali è stata recentemente istituita una commissione parlamentare bicamerale d’inchiesta. Anche per questi casi, capitati trent’anni prima della sparizione di Marianna, l’ipotesi più accreditata è quella di un adescamento (finto compagno di classe per Mirella, falso agente Avon per Emanuela) con successivo sequestro.

Sta di fatto che all’appuntamento del Maffioli, quella sera, Marianna non si presenta. Passa l’orario prestabilito, le 20.30, passano le 21 e poi un’altra ora ancora. Sono le ore decisive, quelle di una sparizione nel nulla che rimane senza spiegazioni. Il fidanzato all’inizio pensa a un normale ritardo per motivi di lavoro, rientra a chiacchierare in camera con alcuni amici, una stanza da dove si vedono bene il parcheggio e in particolare il portabiciclette usato di solito da Marianna, ma dopo un’ora e mezza di inutile attesa inizia ad allarmarsi, ritenendo poco probabile che lei abbia cambiato programma senza avvisare.

Sono le 22.42 quando il diciassettenne, non vedendo arrivare Marianna, decide di telefonare al vicino di casa, che dichiara di essere stato svegliato dallo squillo del telefono mentre si era addormentato davanti alla tivù del salotto. Il fidanzato gli chiede se per caso Marianna sia rientrata a Paese, ipotizzando che lei non avesse potuto avvisarlo, per via del telefonino guasto, della decisione di rinunciare in extremis all’appuntamento in convitto. Il vicino però nega di averla vista nelle ultime ore: «Ma non doveva essere lì da te, scusa?».

Il fidanzato di Marianna chiede al vicino di aspettare sabato a dare l’allarme, per non avere problemi con l’istituto. Il quarantacinquenne, a partire dalle 22.47, chiama entrambi i cellulari in uso a Marianna (che lui sostiene di averle infilato nello zainetto la mattina stessa) per molte decine di volte, ma parte sempre la segreteria telefonica. Decide di richiamare un paio di volte anche il fidanzato della ragazza (la terza volta alle 23.02), evidenziando la necessità di contattare anche gli ospedali per l’ipotesi di un incidente, e a quel punto lo studente chiede che sia lui a chiamare i carabinieri e ad avvertire della scomparsa di Marianna: teme, se lo facesse personalmente, di essere espulso dal collegio per la scoperta dei suoi incontri clandestini con la diciottenne.

Poi il fidanzato cambia idea e comincia a telefonare lui stesso al 118 e all’ospedale, a partire dalle 23.57. Il vicino chiama i carabinieri per avvisarli della scomparsa della ragazza verso mezzanotte e un quarto.

La denuncia e le ricerche

L’avvocato Nicodemo Gentile, all’epoca presidente dell’associazione Penelope, nel programma “Chi l’ha visto?” del 29 giugno 2022, rimprovera vicino e fidanzato della ragazza di non aver informato i genitori di Marianna la notte stessa. Scelta che, in effetti, rimane difficile da comprendere. Da tener conto che, in base ai tabulati telefonici, vicino e fidanzato si sono sentiti al telefono ben sei volte nel mese di febbraio. Cosa hanno da dirsi? E sono gli stessi Pierfrancesco ed Emilia a chiedersi come mai nessuno dei due abbia pensato di contattarli, la notte in cui la ragazza è scomparsa, per chiedere se Marianna fosse tornata a casa dai suoi genitori e comunque per avvisare la famiglia della situazione.

Volantini nei bus per cercare Marianna Cendron
Volantini nei bus per cercare Marianna Cendron

Fa riflettere il fatto che nella cameretta, nella casa del vicino che la ospitava, Marianna abbia lasciato una borsa con la sua carta d’identità, il portafogli con 65 euro, la tessera elettorale, una catenina d’argento. Oggetti rinvenuti nei giorni successivi dai carabinieri durante una perquisizione con le unità cinofile a casa dell’operaio, e poi riconsegnati ai genitori, ma utili da portare con sé, se davvero la ragazza avesse orchestrato un piano di fuga, anche nel caso in cui avesse meditato un cambio radicale di vita e d’identità.

Cosa succede quella notte? Il cellulare di Marianna (340) e quello che, secondo il vicino, lei avrebbe avuto a disposizione da una ventina di giorni per le emergenze (346) e perché nella sua utenza ricaricabile non aveva più credito, ma a lui intestato, agganciano alcune ore più tardi, tra mezzanotte e le due passate, la cella telefonica di via dei Carpani a Castelfranco. Prima alle 0.40, poi alle 2.30, sulla base dei tabulati telefonici.

Si tratta di una cella a due passi dal parcheggio del centro commerciale dei Giardini del Sole, di notte deserto, o usato per la sosta dai camionisti. Un iper che Marianna conosceva e frequentava, a un chilometro circa dal convitto del fidanzatino, ma questo non è sufficiente per avere la certezza che, in quel momento, i due cellulari li avesse ancora lei.

Il vicino di casa conferma di averla cercata invano, con decine di chiamate, fino all’1.40 a entrambi i cellulari, quella notte, di essersi poi addormentato perché sfinito dalla giornata di lavoro e dalla preoccupazione, e di aver riprovato a chiamarla la mattina dopo. Nel corso della notte i due smartphone, come accertato dal consulente tecnico della Procura, si spengono all’unisono. Si fa l’alba, e chissà Marianna dov’è.

Una delle ipotesi formulate nelle settimane successive alla sparizione è che lei con la sua bici possa essere salita su qualche camion, d’accordo con il conducente, per essere accompagnata chissà dove, anche all’estero, come la Bulgaria, il suo Paese d’origine, o la Francia, di cui parlava spesso con le amiche, o per raggiungere una nave da crociera, per cominciare una nuova vita. Solo ipotesi.

E c’è un altro piccolo giallo, che rende più complessa e incerta la ricostruzione dei fatti: il papà di Marianna ritiene di aver visto passare la ragazza davanti a casa alle 17.45 dello stesso 26 febbraio con la sua vecchia bici bianca, quella che lui le aveva regalato. Era tornata dal lavoro a Castelfranco direttamente in bici, percorrendo una ventina di chilometri? Era rimasta a Paese senza andare al lavoro? Solo una somiglianza? E se l’avvistamento fosse corretto, come farebbe quella stessa bici a trovarsi al capolinea degli autobus di Castelfranco il giorno dopo?

In ogni caso, i colleghi del ristorante Golf Club la mattina dopo la sparizione, il 28 febbraio, si aspettano di ritrovare la diciottenne al suo solito posto in cucina. La ragazza, per di più, da tutti descritta come molto parsimoniosa, deve ancora riscuotere, a fine mese, una parte del suo stipendio da aiuto chef con contratto di apprendistato professionale regolarmente sottoscritto. Una somma pari a circa seicento euro, stipendio che il titolare le avrebbe saldato la domenica successiva.

I genitori vengono avvisati dai carabinieri della scomparsa della ragazza alle 7 del mattino del 28 febbraio. Pierfrancesco ed Emilia attendono le 9, aspettano di vedere se la figlia si presenta al lavoro al ristorante di Salvarosa. Ma così non è, e allora dalla famiglia viene presentata la denuncia di scomparsa.

Viene perlustrato subito il percorso che la ragazza avrebbe dovuto seguire dal ristorante fino al convitto, compreso un grande fabbricato disabitato, con annesso un pozzo profondo diciassette metri, che si trova a metà strada tra ristorante e convitto, ma non viene trovata nessuna traccia, anche se la recinzione del vecchio caseggiato risulta forzata. Forse, di tanto in tanto, è il rifugio di qualche sbandato. Ma nessuna vibrazione viene trasmessa da quel percorso durante le prime perlustrazioni, qualunque cosa sia accaduta. Non ci sono elementi per la ricostruzione di un delitto, nulla suggerisce una certa concatenazione logica di eventi.

È l’inizio dell’incubo, un incubo vero, perché lascia spazio a tante ipotesi diverse, ma una sola è la verità, e forse qualcuno quella verità la conosce, ma non la rivela. Le ricerche, da autunno del 2013, vengono effettuate a tappeto: manifestini appesi ovunque, dalle stazioni alle università agli autobus, cave dismesse passate al setaccio dalla Protezione civile, fiaccolate di sensibilizzazione, appelli sui media e sui social. Ma è tutto inutile, e i presunti avvistamenti vengono sistematicamente smentiti. Marianna non si troverà più per almeno dodici lunghissimi anni.

 

 

 

 

 

 

 

 

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