Addio alla Vaca Mora: era il treno degli scrittori tra Venezia e Adria

 

Cento anni di vita, di racconti e di narrazioni lungo i binari. Prendere la littorina era fare un viaggio dell’anima

Francesco Jori
La storica Vaca Mora va in pensione
La storica Vaca Mora va in pensione

Puoi anche mandare in pensione un treno; ma non una leggenda.

Se dopo un secolo di onesta e indefessa attività va per sempre in rimessa la “Vaca mora” che collegava Venezia con Adria, rimane nel cuore e nella memoria la protagonista di una lunga storia, che ha avuto tanti cantori eccellenti. E pure un racconto plurale: perché non ce n’era solo una; quella della via del mare aveva pure una sorella maggiore e ancor più rinomata, che funzionava sulla via della montagna, tra la pianura vicentina ed Asiago. E se la prima ha avuto tra i suoi cantori Toni Cibotto, l’altra si è avvalsa della penna di Mario Rigoni Stern.

Per anzianità e per grado, è d’uopo partire dalla seconda: nata dalla geniale idea di un grande imprenditore del tessile, Alessandro Rossi, originario proprio dell’altopiano dei Sette Comuni, per la precisione Santa Caterina di Lusiana.

E’ lui nel 1884 a lanciare il progetto di un treno che possa favorire lo sviluppo dell’area sia attraverso il turismo, sia sostenendo il commercio delle risorse altopianesi, legname, marmo, lana.

Impresa tecnologicamente ardita, perché tra Piovene ed Asiago c’è da superare un dislivello di settecento metri in poco meno di sei chilometri, con una pendenza media del 115 per cento e punte del 125. Ci vuole del tempo; ma la mattina del 10 febbraio 1910, sotto una fitta nevicata, il treno subito battezzato “Vaca mora” apre il suo servizio, che durerà per quasi sessant’anni, cessando nel giugno 1958. Una fine inutilmente contestata dalla gente dell’altopiano.

Il viaggio

La sua è un’autentica fatica. Partita da Piovene, deve tuffarsi quasi subito in una galleria di una novantina di metri e superare l’Astico su un ardito ponte-viadotto sospeso a 70 metri d’altezza; alla prima stazione, a Cogollo, si inerpica sulla durissima salita del Costo, passando da quota 297 metri a 956 mediante una cremagliera, fino a Campiello, dove deve rifornirsi di acqua e carbone; e poi via per Tresche Conca, Cesuna, Canove, attraversando otto gallerie, per approdare infine ad Asiago. Nei tratti più impegnativi viaggia a 10 chilometri all’ora; al punto che una leggenda popolare racconta che c’era chi, per farsi vedere magari dalle ragazze, faceva a tempo a scendere, raccogliere un fiore da porgere alla sua dama, e risalire. Sull’origine del nome ci sono versioni diverse: la più diffusa spiega che la locomotiva a carbone, quando usciva da una galleria, eruttava due colonne di fumo nero che parevano le corna di una vacca.

Mario Rigoni Stern ne scrive ne “L’ultima partita a carte”, raccontando la sua partenza dall’altopiano nel 1938 per quel servizio militare che poi durante la guerra l’avrebbe portato in Russia: “Una mattina di fine novembre, a un’ora antelucana, lasciai la famiglia, la casa, gli amici e il paese, come un uccello che mette le prime penne e vola lontano. Il trenino a cremagliera era sotto pressione e sbuffava…”. E sempre alla “Vaca mora” dedicherà un ricordo nel “Sillabario n.2” Goffredo Parise, legandolo al suo arrivo ad Asiago nell’inverno 1943: “Quel piccolo treno fumoso...”.

La sorella minore

La sorella minore nasce qualche anno dopo, nel 1916, all’inizio tra Piove di Sacco e Adria; nel 1929 parte la prosecuzione per Mestre, che si conclude due anni più tardi. Ma l’inaugurazione viene differita di altri due, su decisione del fascismo, per collegarla al nono anniversario della marcia su Roma. Nel 1938, infine, l’approdo a Venezia.

La ferrovia funziona a binario unico, con scartamento standard, e non è elettrificata; all’inizio raggiunge i 40 chilometri l’ora.

Anch’essa, come il treno per Asiago, serve sia i passeggeri che (ma solo fino agli anni Ottanta) le merci, specie a sostegno dello zuccherificio di Pontelongo, degli stabilimenti Mira Lanza e delle fabbriche di Marghera. Anche qui c’è il collegamento letterario, con lo scrittore polesano Toni Cibotto, che nel 1964 intitola “La vaca mora” un suo racconto, entrato poi nella cinquina del premio Strega. Adesso, le due “vache more”, quella dei monti e quella del mare, si ritrovano fianco a fianco, parcheggiate su un binario morto. Ma basta guardarle per sentire, come canta Guccini, che sono cosa viva. —

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