Cinema al cento per 100, ecco le nostre recensioni dei film in sala dal 27 marzo

“Opus – Venera la tua stella” del debuttante Mark Anthony Green delude. Valerio Mastandrea sbarca in sala con “Nonostante”, dallo stesso diretto e interpretato. Silvio Soldini e il suo sguardo inedito sul nazismo con le “Assaggiatrici”. Gustav Möller firma con “Sons” un teso dramma carcerario. Buoni sentimenti e qualche lacrimuccia per “Il bambino di cristallo” di Jon Gunn

Marco Contino e Michele Gottardi
Il film "Opus - Venera la tua stella"
Il film "Opus - Venera la tua stella"

“Opus – Venera la tua stella” di Mark Anthony Green si avvita sul déjà vu (culto della celebrità e inquietanti sette in salsa horror) con un machiavellico John Malkovich. Deludente.

“Nonostante”: la paura della morte secondo Valerio Mastandrea che, dopo “Ride”, firma il suo secondo film dietro la macchina da presa.

Silvio Soldini si affaccia per la prima volta sulla Storia e, con le “Assaggiatrici”, racconta le donne costrette per anni a verificare che il cibo destinato ad Adolf Hitler non fosse avvelenato.

Prigioni reali e dell’anima in “Sons” di Gustav Möller che ambienta in un carcere di massima sicurezza il dramma di Eva, una guardia che, dentro quelle mura, fa i conti con un trauma del passato, smarrendo il senso della giustizia.

Il film per tutta la famiglia è cosa rara: dai produttori di “Wonder” arriva in sala “Il bambino di cristallo”, storia vera di Austine LeRette, affetto da osteogenesi imperfetta e da un disturbo dello spettro autistico. La sua diversità aiuterà il padre a crescere.

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Opus -Venera la tua stella 

Regia: Mark Anthony Green

Cast: John Malkovich, Ayo Edebiri, Juliette Lewis, Melissa Chambers, Stephanie Suganami, Murray Bartlett, Mark Sivertsen

Durata: 103’

 

Ricalco maldestro e patinato di “Midsommar” di Ari Aster, “Opus – Venera la tua stella” del debuttante Mark Anthony Green, riflette sul settarismo miscelato al culto della celebrità in un horror pigro che vorrebbe ma non può.

L’incipit prende spunto anche da “The Menu” solo che, al posto di uno chef celebrato, c’è un cantante leggendario (Alfred Moretti, interpretato con un certo gusto machiavellico da John Malkovich), sparito dalla circolazione da quasi trent’anni, sebbene il mito non sia mai stato scalfito.

Inevitabile che l’annuncio di un suo nuovo album scateni un delirio di aspettative. Solo pochissimi eletti tra critici, influencer e paparazzi potranno ascoltarlo in anteprima in un ranch isolato nel deserto, privati di cellulari e laptop per evitare qualsiasi contatto col mondo esterno. Tra loro c’è anche l’ambiziosa giornalista Ariel Ecton (Ayo Edebiri) che rimane sconcertata dalle strane attenzioni della setta al servizio del cantante/guru, mentre misteriose sparizioni si alternano a rituali e spettacoli inquietanti …

“Opus” mastica, digerisce e vomita non solo qualcosa di già visto ma vi costruisce intorno anche una teoria evoluzionista piuttosto bislacca come se ai tuoni non seguisse mai nemmeno una goccia di pioggia. Il tutto rivisto secondo la sensibilità del momento, ovvero la dittatura della celebrità di cui la protagonista diventa una pedina inconsapevole. Operazione pasticciata e fintamente orrifica in cui i colpi di scena sono, al più, flebili sussulti che non sconvolgono ma lasciano solo delusi. (Marco Contino)

Voto: 4

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Le assaggiatrici

Regia: Silvio Soldini

Cast: Elisa Schlott, Max Riemelt, Alma Hasun, Nicolo Pasetti, Marco Boriero

Durata: 123’

Il film "Le assaggiatrici"
Il film "Le assaggiatrici"

Nel 2018 Rosella Postorino vinse il premio Campiello con “Le assaggiatrici” ispirato alla vera storia di Margot Wölk, una tedesca che, a 95 anni, svelò di aver fatto parte di un gruppo di dieci donne che avevano il compito di assaggiare il cibo destinato alla tavola di Adolf Hitler, quando si ritirava nella Tana del Lupo, il suo rifugio tra i boschi della Prussia orientale, prima dell’avanzata sovietica.

Ora Silvio Soldini ne ha tratto un film, riducendo le donne a sette, e confermando il suo interesse per l’universo femminile sin dai tempi de “L’aria serena dell’Ovest” (ma anche con “Le acrobate”, “Pane e tulipani” o “ Agata e la tempesta”), sia che adotti il registro della commedia che quello più serio del dramma (“Brucio nel vento”), che nel recente documentario “Un altro domani”, dove, assieme a Cristiana Mainardi indaga sulle dinamiche psicologiche e socioculturali da cui ha origine la violenza sulle donne e su come si possa prevenirla.

Con “Le assaggiatrici” Soldini resta nel solco del dramma, che una regia asciutta e solida non estremizza in tragedie possibili, sia dal punto di vista individuale che storico. Viceversa, pur in un quadro professionale consolidato e in un impianto narrativo tradizionale, la gestione di alcune attrici brave e sobrie, che delineano una vita di gruppo con amicizie, contraddizioni e dissidi, lo stacco tra la vita virtuale delle assaggiatrici e quella reale, distante, della guerra, fino alla stessa presenza del Führer, evocato da un treno che passa o da un allarme aereo lontano, fa del film un altro capitolo interessante d’un lato della filmografia di Soldini e dall’altro della vita della gente comune nel Terzo reich, alla fine della guerra.

Il ruolo delle donne, che rischiano ogni giorno la vita per questi test enogastronomici, appare molto più eroico degli stessi soldati dispersi o morti al fronte, di cui ognuna di loro ha avuto almeno un esempio familiare. Arretrando al secondo conflitto mondiale, Soldini recupera incisività rispetto ad altre prove più recenti e ne esce rafforzato. (Michele Gottardi)

Voto: 7

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Nonostante

Regia: Valerio Mastrandrea

Cast: Lino Musella, Laura Morante, Dolores Fonzi

Durata: 92’

Il film "Nonostante"
Il film "Nonostante"

La seconda regia di Valerio Mastrandrea racconta di incontri tra anime e corpi di pazienti in coma in un ospedale di Roma, ma prima che un film sul dolore e il risveglio è, nelle parole del regista, «il racconto di una storia d’amore in un contesto originale».

L’originalità del film e della sceneggiatura (di Enrico Audenino con lo stesso Mastandrea) è di immaginare che i pazienti in coma entrino in relazione tra loro, stabilendo relazioni e sentimenti, un po’ meno dal punto di vista della regia, un po’ troppo “narrativa”.

Accade che Lui, un uomo che vaga dentro e fuori un ospedale, si diverta a interagire con medici, infermieri e pazienti senza esserne visto: mentre il suo corpo giace in un letto, la sua essenza va in giro e parla con altri pazienti al momento separati dai loro corpi mortali, in attesa che il risveglio o il forte vento della morte li strappino al loro stato vegetativo.

Ma quando Lei, una vittima di un incidente automobilistico viene ricoverata in quella che era stata la sua stanza tutto cambia per quell'uomo che prendeva la propria solitudine come un gioco.

Tema forte del film è anche quello della memoria e del ricordo, per cui ogni cosa o persona esiste se lascia una traccia che qualcuno raccoglie: in questo Mastandrea, come uomo di cinema si sente evidentemente investito, e con ragione, di un valore etico da portare avanti, andando oltre il semplice intrattenimento effimero.

Così la storia dei malati in coma diventa un evidente analogia tra l’incoscienza e la vita, spenta, di tante persone che si illudono di vivere e invece sono inerti, stesi, come i malati che vegetano. Sempre che anche loro non vivano un’altra vita che ai “normali” sfugge. (Michele Gottardi)

Voto: 6

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Sons

Regia: Gustav Möller

Cast: Sisde Babett Knudsen, Sebastian Bull, Dar Salim, Jacob Lohmann

Durata: 100’

Il film "Sons"
Il film "Sons"

Dopo il bel thriller telefonico d’esordio (The Guilty), il regista svedese Gustav Möller sceglie ancora una ambientazione claustrofobica. Quella di una prigione dove Eva (Sisde Babett Knudsen) lavora come guardia carceraria. Nel suo ruolo è professionale ma anche materna: si preoccupa di come i detenuti abbiano passato la notte e insegna loro yoga e matematica.

Il suo equilibrio crolla quando Mikkel (Sebastian Bull), condannato per aver ucciso brutalmente un compagno di cella, viene trasferito nel carcere dove lavora Eva che comincia a comportarsi in modo strano. Si fa assegnare alla sezione di massima sicurezza in cui è internato l’uomo e gli infligge, dapprima, dei piccoli soprusi per poi aggredirlo ferocemente durante una perquisizione in cella. Si instaura tra loro un rapporto ambiguo, in cui i ruoli di carnefice e vittima si confondono continuamente.

Chi è Mikkel e perché Eva lo ha preso di mira? Möller dimostra anche in questo suo nuovo lavoro - Sons - un’ottima capacità di gestione nella messa in scena di spazi chiusi che riflettono la condizione degli stessi protagonisti: Eva, in fondo, è sola e condannata come gli altri detenuti; vive nel carcere e per il carcere come se non avesse nulla al di fuori di quello.

La macchina da presa resta incollata a lei, come ad esprimere l’assenza di vie d’uscita, di spiragli di vita. Una “compressione” che diventa ancora più evidente nell’ala di massima sicurezza, dove la quotidianità è una battaglia perché ogni prigioniero è una minaccia. Quando, nella seconda parte del film, vengono gradualmente svelati i motivi del comportamento di Eva, “Sons” perde un po’ della sua struttura granitica e la riflessione morale sulla transizione del senso di giustizia (da collettivo a personale, sino a scolorare in vendetta) ne risente in potenza, sia nell’improvviso ribaltamento dei ruoli, sia nella digressione (l’unica) fuori dal carcere. Nel finale, però, si ritorna a respirare quel senso di solitudine e disperazione che accomuna Eva e Mikkel, sotto gli occhi della presenza fantasmatica che ha unito per sempre i loro destini. (Marco Contino)

Voto: 6,5

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Il bambino di cristallo

Regia: Jon Gunn

Cast: Zachary Levi, Meghann Fahy, Jacob Laval, Patricia Heaton

Durata: 109’

Il film "Il bambino di cristallo"
Il film "Il bambino di cristallo"

Per Austin, soprannominato “Iceman”, ogni giorno è sempre il più felice della sua vita. Anche se, a 13 anni, si è rotto le ossa decine di volte e ha dovuto lottare contro i pregiudizi per la sua diversità. Austin, infatti, è affetto da osteogenesi imperfetta (ha uno scheletro di vetro: ogni caduta, un rattoppo) e da un disturbo dello spettro autistico, caratterizzato da una parlantina estenuante, porta d’ingresso di un mondo in cui in pochi possono entrare.

“Il bambino di cristallo”, diretto da Jon Gunn e tratto dal romanzo autobiografico del padre di Austin (Scott LeRette) – The Unbreakable Boy: A Father’s Fear, a Son’s Courage, and a Story of Unconditional Love – è un delicato racconto di formazione “al contrario”. Perché sono gli altri (soprattutto il padre) che imparano dall’entusiasmo contagioso di Austin, dalla sua semplicità e dal suo guardare oltre: si tratta “solo” di cogliere l’opportunità di crescere. Il film si muove sulle tracce lasciate da “Wonder” (i produttori sono gli stessi) ma tra una citazione e l’altra (il monologo di “Codice d’onore”, riferimenti a “Fight Club” e, persino, a un piede perno di una storica puntata di “Friends”), se ne discosta per mettere al centro il complesso viaggio emotivo di un padre. Dall’iniziale e quasi incosciente ebbrezza di una nascita non programmata, alla realizzazione che quel figlio non è come tutti gli altri.

La felicità si trasforma in quotidianità da sopportare, poi in rassegnazione e, infine, in autodistruzione alcolica (quasi in un autismo di riflesso: chiudendosi a un mondo che, nella visione di Scott, lo perseguita e lo punisce). Pur all’interno di una struttura più che consolidata e di una emotività dal grilletto facile, Gunn tiene a bada derive stucchevoli e ricattatorie, si inventa uno spassoso Tyler Durden (affidando, così, a un amico immaginario i pensieri più profondi di Scott) e traghetta il film verso l’epilogo atteso con le foto degli autentici protagonisti di questa storia di nascite e rinascite. (Marco Contino)

Voto: 6,5

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