Cinema al cento per 100, ecco le nostre recensioni dei film in sala dal 3 aprile

Pamela Anderson è “The Last Showgirl” nel terzo film di Gia Coppola. David Cronenberg torna con “The Shrouds”, ispirato dal dolore per la morte della moglie. Fratellanza e autismo nel primo film da regista di Greta Scarano: “La vita da grandi”

Marco Contino e Michele Gottardi
Il film "The last showgirl"
Il film "The last showgirl"

Pamela Anderson come non l’avete mai vista. Un ruolo inteso e drammatico in cui finzione e realtà si sovrappongono. Gia Coppola gira il suo “The Wrestler” al femminile. “The Last Showgirl” è una piacevole sorpresa.

Matilda De Angelis e Yuri Tuci sono i protagonisti del film “La vita da grandi”, opera d’esordio alla regia di Greta Scarano. Una storia di legami ritrovati che fa i conti con la condizione delle persone autistiche.

David Cronenberg, con “The Shrouds”, porta all’estremo la riflessione sul disfacimento della carne, vera e propria ossessione del suo cinema.

 

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The Last Showgirl

Regia: Gia Coppola

Cast: Pamela Anderson, Jamiee Lee Curtis, Dave Bautista

Durata: 87’

 

Si potrebbe dire che “The Last Showgirl” di Gia Coppola (nipote di Francis Ford) sia il controcanto, al femminile, di “The Wrestler” di Darren Aronofsky.

In comune hanno due protagonisti-sex symbol del passato (Mickey Rourke nel secondo, l’iconica bagnina di “Baywatch” Pamela Anderson nel primo), sorpresi dal tempo e da una impietosa decadenza fisica rallentata dal botox e dai ritocchi chirurgici.

Un lavoro (il lottatore e la ballerina di uno spettacolo “Razzle Dazzle” di Las Vegas) a cui si sono dedicati anima e, soprattutto, corpo, sacrificando affetti e prospettive che, dopo 30 anni, sono sprofondate nella precarietà economica ed esistenziale.

Eppure, i protagonisti di questi due film sono dei “loser” autenticamente liberi che non rinnegano, e mai rinnegherebbero, le scelte fatte, anche se il prezzo da pagare è stato altissimo.

La Shelley di “The Last Showgirl” non è più sexy come un tempo ma ogni serata passata sul palco di un casinò, nei costumi succinti, e poi slacciati, di uno scadente spettacolo di burlesque, riaccende e alimenta, ogni volta, il suo sogno: quello di restare giovane, di esibirsi e, quindi, di “esistere”.

Anche se questo desiderio, un concentrato di vanità e ambizione artistica, l’ha costretta a trascurare la figlia, cresciuta da un’altra famiglia e ora distante, imbarazzata e umiliata dall’essere stata preferita a uno show che, ai suoi occhi, è solo uno spogliarello mascherato da vaudeville.

Per Shelley, però, non è così e quando - dopo trent’anni - lo spettacolo chiude i battenti per sempre, scendere da quel palco non è solo e semplicemente una “morte” artistica. È, appunto, la fine di un sogno.

È ritrovarsi per strada ad accennare, d’istinto, le coreografie provate per anni. È trascorrere intere giornate in casa, senza trucco e senza maschere, condividendo la propria miseria con Annette (una rude Jamie Lee Curtis), già più consapevole del proprio disfacimento in quella divisa ridicola e “strizzata” di una cameriera logora che serve cocktail al casinò fino a un’ultima, disperata, danza del cigno tra indifferenza e rumori ipnotici di slot machine.

Alla sua terza regia dopo “Palo Alto” e il ridondante “Mainstream” sul culto della celebrità presentato nel 2020 a Venezia, Gia Coppola firma un film crepuscolare che si inserisce, con tempismo, in quella riflessione sulla importanza dell’apparire che, in questa stagione, ha trovato il suo apice, seppur in una declinazione più egoistica ed horror, in “The Substance” di Coralie Farget, con quella parabola discendente meta-cinematografica giocata sulla specularità tra il personaggio di finzione e la sua interprete Demi Moore.

Lo stesso meccanismo che, evidentemente, consente una credibile sovrapposizione tra la ballerina sul viale del tramonto e la 57enne Pamela Anderson che, paradossalmente, non è mai stata così “nuda” come in questo film, pur essendo stata (involontaria ?) protagonista, con i suoi compagni dell’epoca, dei famigerati sex tapes, la cui divulgazione ha, in parte, contribuito alla sua celebrità.

A dispetto della eisoptrofobia (la paura di vedersi allo specchio) di cui afferma di soffrire, Pamela Anderson non ha timore del proprio riflesso fragile e segnato dagli anni, aderendo con fierezza al suo personaggio che non si pente delle proprie scelte e, come già Randy "The Ram" Robinson in “The Wrestler, si concede un ultimo, disperato spettacolo prima che i riflettori si spengano.

E Gia Coppola la segue senza nascondere una profonda empatia per una donna forse miope (e le inquadrature che sbiadiscono man mano che si allontanano dal loro punto focale ne sottolineano la condizione), forse ingenua, ma, sicuramente, libera e sincera nell’inseguire e nel pretendere il suo pezzetto di “American Dream”. (Marco Contino)

Voto: 7

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The Shrouds – Segreti sepolti

Regia: David Cronenberg

Cast: Vincent Cassel, Diane Kruger, Guy Pearce

Durata 119’

David Cronenberg elabora il proprio lutto per la scomparsa della moglie, avvenuta ormai otto anni or sono, nel 2017, attraverso una nuova storia tra il thriller e la fantascienza dopo “Crimes of the Future”, che riprende antichi e mai smessi temi del regista candese, ormai 82enne, dalle ossessioni per il corpo e le sue mutilazioni e deformazioni, dagli strumenti chirurgici alle tecniche più avanzate che gli sono proprie almeno dai tempi di “Videodrome” (1983), voyeurismo incluso.

Proprio facendo ricorso a una tecnologia rivoluzionaria, Karsh (Vincent Cassel), un ricco imprenditore, dopo la morte della moglie Becca (Diane Kruger), elabora una modalità innovativa e controversa, GraveTech, una sorta di sudario (“The Shrouds” del titolo) digitale che permette ai vivi di monitorare il decadimento dei corpi dei loro cari attraverso videocamere e dispositivi elettronici.

Ma nonostante il successo finanziario e professionale, Karsh non ha ancora superato completamente il lutto, e la sua ossessione per la moglie defunta lo porta a scoprire qualcosa di inquietante: le ossa di Becca sembrano mutare nel sepolcro. Un attacco vandalico al cimitero minaccia di distruggere tutto ciò che ha costruito.

Le tombe vengono profanate e un misterioso hacker informatico sembra collegarsi a un gruppo di eco-terroristi islandesi. Maury (Guy Pearce), il cognato di Karsh, e Terry (Diane Kruger), sua ex moglie e sorella di Becca, suggeriscono che dietro l'attacco potrebbero esserci servizi segreti, ovviamente russi e cinesi, interessati alle potenzialità strategiche della tecnologia di GraveTech.

Le indagini di Karsh lo mettono di fronte a verità sconvolgenti. portandolo a mettere in discussione le sue convinzioni sulla vita, sulla morte e sull’amore per sua moglie, ma anche e soprattutto sulle implicazioni morali della sua invenzione.

Cronenberg dà corpo e forma alle paranoie dei suoi protagonisti, ma forse in questo modo porta alla luce anche le sue, ad esempio nella teoria del complotto internazionale che riemerge costante per tutto il film sino all’epilogo, complicando a dismisura, e volontariamente, la trama, quasi a destabilizzare ulteriormente lo spettatore.

Cinesi, russi o meno i nemici che si annidano in ogni dove, dalla rete alle tombe, sono omologhi e strumentali agli incidenti di “Crash” o alle schizofrenie di “Spider”, o alle metamorfosi fisiche de “La mosca” e degli “Inseparabili”. L’autore non muta nel tempo, ma il tempo muta lo spettatore e forse anche l’Autore ne dovrebbe tener conto (Michele Gottardi).

Voto: 6.5

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La vita da grandi

Regia: Greta Scarano

Cast: Matilda De Angelis, Yuri Tuci, Maria Amelia Monti, Ariella Reggio, Gloria Cocco, Paolo Hendel

Durata: 96’

Il film "La vita da grandi"
Il film "La vita da grandi"

 

Omar non soffre né è affetto da autismo. Perché l’autismo non è una malattia ma una condizione diversa della propria mente. E ogni persona autistica si esprime in modo diverso.

Nel primo film da regista di Greta Scarano, “La vita da grandi”, è Yuri Tuci a puntualizzarlo. Perché l’attore pratese - esattamente come Omar, il personaggio che interpreta - vive per davvero quella condizione. E, come direbbe Nanni Moretti, le parole sono importanti.

La figura di Omar e di sua sorella Irene (interpretata nel film da una brava Matilda De Angelis) sono, a loro volta, ispirate ai fratelli Tercon, noti come i Terconauti: Damiano è autistico, Margherita è la sua «sibling», che in inglese significa fratello o sorella, ma ha assunto il significato di fratello o sorella di persona con disabilità.

“La vita da grandi”, infatti, non è un film sulla condizione autistica. O, almeno, non è solo questo. È, prima di tutto, una storia di fratellanza e di crescita.

Irene è una giovane donna che racconta a se stessa di essere soddisfatta: ha un compagno protettivo, sta quasi comprando casa a Roma, ha uno stipendio fisso (anche se, in fondo, non sa nulla del materiale di cui sono fatti i pannelli fotovoltaici che dovrebbe vendere …). La sua vita precedente (ormai lontanissima nei ricordi) era a Rimini, dove ha lasciato la mamma e il papà (bello rivedere sullo schermo Maria Amelia Monti e Paolo Hendel), una nonna, una zia, ma soprattutto, il fratellone Omar. Di cui, all’improvviso, è chiamata ad occuparsi per qualche settimana, mentre i genitori sono lontani da casa per problemi di salute.

Il ritorno nella vecchia casa di famiglia è traumatico: Irene non accetta le “fissazioni” di Omar che le chiede, allora, un corso accelerato per diventare adulti. Cresceranno insieme, raggiungendo in modo rocambolesco anche il palco di una talent show dove Omar accarezzerà il proprio sogno di diventare un “gangsta rapper autistico”.

A suo modo “La vita da grandi” è un coming of age che, pur con qualche semplificazione e ingenuità di scrittura, sfiora anche temi molto delicati per chi vive una condizione di disabilità. Non solo il terrore dei genitori legato al “dopo di loro” (e, qui, Maria Amelia Monti è dolcemente credibile nell’ansia di non potersi più occupare di Omar un domani, vicino o lontano).

Ma anche la sofferenza dei sibling, spesso trascurati e costretti a crescere più in fretta degli altri. Nei pochi giorni di convivenza, quasi congelati in quella atmosfera di attesa che è il mare d’inverno (le spiagge vuote di Rimini con i pattìni accatastati prima della grande bolgia estiva), Irene (bellissima nei suoi colori autunnali, pronta a fiorire davvero) e Omar si conoscono, si ascoltano (“perché ci vuole orecchio” come cantava Jannacci), si stringono nella consapevolezza di un “dopo” che sarà davvero loro: l’una a prendersi cura dell’altro e viceversa. Greta Scarano evita l’emotività ricattatoria, riuscendo quasi sempre a restare sul binario di una compostezza, anche registica, che giova al film, senza bisogno di “scene” madri ma, al più, di qualche digressione picaresca. Tra i giudici del talent show si riconoscono Valerio Lundini, Mara Maionchi, Ferzan Özpetek e Malika Ayane. (Marco Contino)

Voto: 6,5

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